ROMA - Con il via libera del Senato (237 sì, 33 no e 2 astenuti), il decreto sulle liberalizzazioni passa adesso alla Camera, per l’approvazione in seconda lettura, prevista nella prossima settimana. E’ stata la nona volta che il governo ha ottenuto la fiducia, nei 100 giorni in cui ha cominciato ad operare, dopo il voto in Parlamento. Ma quest’approvazione è avvenuta in un clima avvelenato, in primo luogo per la protesta dei banchieri dell’Abi, poi per la contestazione della Lega contro la Tesoreria unica. Il senatore del Carroccio, Piergiorgio Stiffoni, è stato espulso dal presidente Renato Schifani che lo aveva ripetutamente invitato ad abbassare un cartello.
Il decreto ha subìto, durante l’iter a Palazzo Madama, 141 modifiche, che hanno fatto salire il numero totale degli articoli a 118, ben 21 in più della versione originale. Molte le novità rilevanti, dall’Ici sulla Chiesa ai mutui sulla casa, dai taxi alle farmacie. La manifestazione leghista è cominciata con alcuni cori, «Libertà, libertà». Quindi un gruppo di senatori leghisti ha alzato i cartelli, «No alla tesoreria unica». Per tre volte il presidente Schifani ha richiamato Stiffoni: «Lei fa parte del Consiglio di presidenza!». Ed è stato lo stesso senatore a spiegare la strategia leghista: «Io sono stato messo in un determinato punto dell’emiciclo a presidiare la scala per evitare la salita dei commessi. Tutto questo, tenendo conto della mia mole. Ma non ho inteso mancare di rispetto alla presidenza». A Schifani ha risposto con queste parole: «Signor presidente, prima di tutto viene la Lega!».
Poco prima della chiama, lo stesso presidente ha ringraziato i senatori e «tutti i funzionari» di Palazzo Madama, «per il senso di responsabilità su un provvedimento strategico per la crescita del Paese». In sostanza, ha sottolineato «abbiamo reso un servizio all’Italia». Poco prima, avevano preso la parola i vari esponenti dei partiti della maggioranza che hanno votato a favore. Per Anna Finocchiaro, Pd, il decreto è un segnale di «netta discontinuità» rispetto a Berlusconi e rappresenta «un punto di partenza, più che di arrivo». Ha ribadito che il testo «è notevolmente migliorato in Parlamento». Maurizio Gasparri, Pdl, ha sottolineato che nel corso dell’esame «ci sono state resistenze pazzesche» e al Senato si è «lavorato non al servizio di lobby, ma nell’interesse della democrazia». Ma Giampiero D’Alia, presidente dei senatori Udc, si è dispiaciuto che «il testo sia stato in parte diluito rispetto a logiche corporative, si poteva e doveva fare di più». Negativa la Lega. Secondo Massimo Garavaglia «il governo si aspetta 10 punti di Pil, intanto registriamo più spesa pubblica e più tasse» alle imprese.