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Pescara, 21/06/2026
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Data: 02/03/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Disoccupazione al 9,2% senza posto un giovane su tre. Nella Ue peggio solo gli under 25 spagnoli, greci e slovacchi

ROMA - Lo tzunami della crisi butta giù anche il muro del 9%. E travolge altri sessantaquattromila lavoratori italiani trascinandoli nel buco nero e melmoso della disoccupazione. A gennaio, secondo le stime provvisorie dell’Istat, il tasso di disoccupazione è arrivato al 9,2%, aumentando di 0,2% rispetto al mese precedente quando l’esercito dei disoccupati contava già a due milioni e 248.000 persone. Adesso sono due milioni e 312.000.
E’ una vera e propria emorragia di posti che non si riesce a bloccare. Su base annua il rialzo è stato di un punto percentuale: in numeri assoluti sono 286.000 i disoccupati in più. Mese dopo mese maciniamo record negativi, il dato di gennaio scorso è il più alto dal 2004, quando l’Istat ha dato il via alle serie mensili; con riferimento alle serie trimestrali bisogna tornare indietro al terzo trimestre del 2000. Quasi dodici anni fa. Di fronte a numeri così, tutti i commentatori - sindacalisti, politici e industriali - non possono che lanciare l’allarme rosso. E chiedere al governo di stimolare la crescita e quindi l’occupazione.
Altro che posto fisso: riuscire a farsi assumere, anche con un contratto precario, per i giovani spesso rimane un miraggio. Uno su tre non ci riesce. Per gli under 25 il tasso di disoccupazione è al 31,1% (+0,1 rispetto a dicembre). E’ da settembre che la disoccupazione giovanile è stabilmente sopra il 30% con un picco a novembre scorso (31,2%). Peggio dei giovani italiani stanno sollo quelli spagnoli (uno su due è disoccupato), i greci (48,1%) e gli slovacchi (36%).
Gennaio 2012 è stato un mese record anche per la disoccupazione maschile, che arriva all’8,7%. E’ un balzo indietro di 14 anni: lo stesso dato - che per ora è il record storico - si verificò nel quarto trimestre del ’98.
E allora come mai l’Istat ci segnala, sempre riferendosi a gennaio, un lieve recupero dell’occupazione? Gli occupati sono 22 milioni e 935.000, 18.000 unità in più rispetto a dicembre scorso: il tasso di occupazione arriva così al 57%, in rialzo dello 0,1% su dicembre, e dello 0,2% rispetto al gennaio dell’anno prima. La spiegazione dei dati in apparente incoerenza arriva dagli inattivi, ovvero quelle persone che non studiano, non lavorano e non cercano un posto, per cui non rientrano nelle liste dei disoccupati. Sono tanti, il 37,3% delle persone in età da lavoro (15-64 anni): a gennaio gli inattivi sono diminuiti dello 0,4%, una pattuglia di 63.000 persone che - forse sull’onda dell’entusiasmo per il nuovo governo Monti - ha deciso di cercare lavoro. La maggior parte di loro non ci è riuscita ed è andata a rinforzare l’esercito dei disoccupati.
I nuovi dati, naturalmente, peseranno sul tavolo della riforma del mercato del lavoro. Ormai anche il governo - nonostante la forte attenzione all’equilibrio di bilancio - ha capito che occorrono nuove risorse per gli ammortizzatori sociali. Ma l’obiettivo non è facile e per ora non ci sono novità e quindi nemmeno nuove convocazioni delle parti. Che però si debba intervenire è indubbio. «La condizione di milioni di persone è ormai insostenibile» dice Rosy Bindi, presidente dell’assemblea nazionale del Pd. «E’ ancor più necessario chiudere positivamente la trattativa sul mercato del lavoro» osserva la leader di Confindustria, Emma Marcegaglia. «Bisogna reagire» incalza il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni: «Chiediamo di aprire una discussione che porti a un patto per la crescita». Oltre al nodo risorse, resta quello delle regole da cambiare, compreso il dibattito attorno all’articolo 18. La Cgil ribadisce: «Il problema dovrebbe essere fermare i licenziamenti e non facilitare la flessibilità in uscita».

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