MILANO Silvio Berlusconi guadagna il podio sulle note del nuovo inno. «Siamo gente che ama la gente», recita la prima strofa, e il fondatore del Popolo della libertà mette in pratica il proposito: «Non aspettatevi da me un intervento politico, c’è un segretario a cui è assegnata la linea del partito per il futuro». Cioè Angelino Alfano. Così l’ex premier conferma la fiducia al suo delfino e ricompone la frattura. Nessuno strappo, «noi siamo coerenti, c’è grande sintonia fra presidente, segretario e coordinatori». Dunque barra a dritta, dice ai suoi: «Non cambio partito, cambierà soltanto il nome. L’acronimo Pdl non commuove più nessuno».
A Milano si riunisce il congresso cittadino del Pdl. In platea delegati, sindaci e assessori arrivati dal resto della Lombardia e il nocciolo duro del partito. Gli ex ministri Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini, il governatore Roberto Formigoni, Licia Ronzulli e Laura Comi, Daniela Santanché e Nicole Minetti un po’ in disparte. Per tutti il problema in questo momento è capire che ne sarà del Pdl, se andrà avanti con o senza il Cavaliere, con o senza Alfano. Berlusconi è qui per tranquillizzare, non ci sarà nessuna diaspora. «Fondare un altro partito? Ma va là, saremmo dei folli a farlo. Tutti insieme per l’Italia è una bellissima idea di Giuliano Ferrara, ma io non ho partecipato. L’ho sentito per telefono e gli ho detto che di tutto c’è bisogno, tranne che di un altro partito». Il Pdl, assicura, è compatto e va avanti così. «La nostra formazione politica è solida, con radici profonde. Non siamo un partito di plastica». Alla fine, calcola, sono più di 500 mila i militanti che, carta d’identità alla mano, hanno votato i responsabili cittadini e provinciali del Pdl. Una formazione in cui «non ci sono correnti nè scontenti, è una famiglia di persone perbene». Come fa notare La Russa: «Quando il vento soffia alle spalle il partito non serve, nei momenti di crisi è necessario».
Perciò non resta che ricompattarsi attorno ad Alfano. «Angelino è bravissimo. Si mangia a colazione, pranzo e cena tutti i segretari che sono in campo», afferma Berlusconi, fornendo la prova moviola e proiettando il nastro della sua intervista a Bruxelles nel quale non è registrata la fatidica frase «gli manca il quid...». L’ex ministro, rimarca, «è preparato, colto, intelligente e leale». E adesso tocca a lui. «Noi abbiamo fatto un passo indietro non perché non avevamo le spalle abbastanza larghe, ma perché il Paese era ingovernabile» e ora la speranza è che con un governo tecnico «si possa discutere con l’opposizione di una modifica dell’architettura istituzionale. Su questi temi la trattativa sarà condotta da Alfano». Più potere a chi governa, a cominciare dal presidente del consiglio, e poi giustizia, fisco, intercettazioni («una vera barbarie»), nomina dei giudici della Consulta le sfide da affrontare. «Non è Monti, siamo noi che dobbiamo fare le riforme», sostiene Berlusconi. Facendo appello all’unità dei moderati: «Chi li divide è colpevole di un fatto gravissimo, dare una possibilità di vittoria alla sinistra sempre in minoranza nel Paese». Di qui il consueto appello a non disperdere il voto: «Gli italiani votano male perchè frazionano il voto: un 5% a Grillo, un 7% all'Idv, un 9% a Bossi, in questo modo resta solo un 25-30% di voti per i due partiti più grandi che si devono alleare con quelli minori».
Il primo appuntamento politico del Cavaliere da quando non è più premier si conclude con un pranzo da Giannino, menù tricolore e cinquanta giovani del partito riuniti nella saletta con le foto del Milan. E qui annuncia: «Per il futuro mi ritaglierò tre ruoli: presidente dei rossoneri, dell’Università della libertà e di una fondazione che realizzerà ospedali per i bambini».