Indagato il presidente del consiglio regionale. L’accusa: prendeva soldi nell’ufficio
MILANO I soldi venivano consegnati direttamente negli uffici del Pirellone. Passavano di mano con il sistema più vecchio del mondo, pratiche buste con denaro contante discretamente appoggiate sulla scrivania. E finivano direttamente al partito. «Come Tangentopoli vent’anni fa», spiegano in Procura. Ma questa volta a cadere nella rete c’è porprio il movimento che più di ogni altro ha sfruttato i benefici di Mani pulite, cioè la Lega Nord.
Davide Boni, il presidente del consiglio regionale lombardo targato Carroccio, è indagato dalla procura di Milano per corruzione. Secondo l’accusa, tra somme promesse ed effettivamente consegnate, avrebbe gestito un giro di mazzette per una cifra «ben superiore al milione di euro». Tangenti riscosse non per avidità personale, stando alla tesi accusatoria, bensì per il bene del partito: i soldi sarebbero serviti per pagare le svariate iniziative del movimento di Umberto Bossi, dai gazebo per la raccolta firme alle campagne elettorali, tanto che i magistrati stanno valutando l’ipotesi di contestare anche il reato di finanziamento illecito al partito. E questo è il primo livello: «C’è poi il gradino inferiore, un sistema di corruzione più spicciola, nell’ordine dei cinque, diecimila euro a bustarella, che coinvolgeva politici meno importanti e favori meno impegnativi», sostengono gli investigatori. Oltre a Boni sono indagati il capo della sua segreteria, Dario Ghezzi, l’immobiliarista Luigi Zunino, ex numero uno di Risanamento, l’imprenditore Francesco Monastero, il consigliere provinciale leghista Marco Paoletti, l’ex sindaco Pdl di Cassano D’Adda Edoardo Sala, l’architetto Michele Ugliola e suo cognato Gilberto Leuci. Nucleo dell’inchiesta del procuratore aggiunto Alfredo Robledo e del pm Paolo Filippini è un vero e proprio «sistema Lega», ovvero un metodo di finanziamento illecito creato dal Carroccio per rastrellare denaro necessario all’attività politica. Un meccanismo che avrebbe funzionato a pieno regime tra il 2008 e il 2010, quando Boni era assessore regionale all’Edilizia e al Territorio, e sarebbe proseguito fino a oggi: Boni e gli altri indagati continuavano a vedersi negli uffici del Pirellone, descritto dagli inquirenti come la centrale d’affari della Lega. Dei soldi consegnati dagli imprenditori in cambio di agevolazioni nella realizzazione di centri commerciali a Milano e nell’hinterland non è rimasta traccia, come si fa notare in Procura «hanno avuto tutto il tempo per spenderli», non sono stati trovati conti cifrati nè trasferimenti di somme all’estero, tuttavia si ritiene «pienamente provato» il coinvolgimento di Boni e Ghezzi dai cinque verbali di interrogatorio resi dagli indagati e dalle intercettazioni. Conversazioni telefoniche, in particolare quelle fra Paoletti e Monastero, in cui «si fa esplicito riferimento ai soldi da dare al partito».
La notizia dell’iscrizione di Boni e della perquisizione dei suoi uffici si è abbattuta come un uragano sul consiglio regionale, mentre si stava discutendo la nuova legge sull’edilizia. Il caso politico è aperto, anche perché il presidente è accusato di corruzione così come i due vicepresidenti eletti con lui a inizio legislatura, Filippo Penati del Pd e Franco Nicoli Cristiani del Pdl, oltre al consigliere Massimo Ponzoni (Pdl). «Grazie a tutti, io non mi arrendo», assicura Boni a chi manifesta il proprio sostegno. «Anticipo fin d’ora la mia totale estraneità - afferma - sono sereno e Confermo la mia piena disponibilità a chiarire la mia posizione con gli organi inquirenti, per fare piena luce sulla vicenda nei tempi più rapidi possibili».
Davide Boni. Fustigatore dei corrotti e crociato anti-immigrati
L’appello era rivolto al collega Massimo Ponzoni, arrestato per bancarotta, concussione e finanziamento illecito dei partiti, perché rassegnasse «dimissioni immediate» dall’ufficio di presidenza: «Deve consentire al Consiglio di lavorare a pieno regime ed evitare così problemi di gestione», tuonò. Non solo. Boni si è mostrato inflessibile anche con l’altro vicepresidente regionale, il pidiellino Franco Nicoli Cristiani, finito in carcere il 30 novembre con l'accusa di corruzione per una presunta tangente incassata sulla gestione dei rifiuti: «Sono sotto shock, mai avuto sospetti. Il problema è che noi leghisti e quelli del Pdl siamo selezionati in maniera diversa...».
Già, perché tra tutti i lumbard, Boni è sempre stato tra i più severi. Severissimo anche contro di due assessori bresciani del Carroccio arrestati per corruzione lo scorso aprile: «Nella Lega reati di questo genere non sono ipotizzabili. È automatico che chi viene accusato di corruzione deve prima di tutto togliere dall’imbarazzo il Movimento e poi, se ha sbagliato, deve pagare». Peccato che ora non abbia mostrato alcuna intenzione di sospendersi dal partito e tantomeno di dimettersi.
Questo stratega del celodurismo, dell’incoerenza e dell’intolleranza leghista, è nato a Milano nel settembre del 1962. Sposato, due figli. Perito industriale, nel 1993 è stato eletto presidente della provincia di Mantova, ruolo che ha ricoperto fino al 1997. È stato segretario provinciale del Carroccio di Mantova dal 1992 al 1993, responsabile nazionale Enti locali padani dal 1997 al 2000, coordinatore Enti locali padani federali dal 1998 al 2000 e coordinatore della segreteria politica federale dal 1999 al 2000. In quell’anno il grande salto: l’elezione al Pirellone, dove è diventato capogruppo del partito di Bossi in consiglio regionale. E visto che al Senatùr era piaciuta la tempra di guerriero padano, duro e puro, cinque anni dopo l’ha fatto rieleggere in Consiglio e l’ha fatto nominare assessore al Territorio e Urbanistica.
E’ con questi galloni sulla manica che ha portato avanti la riforma urbanistica, con una particolare attenzione (appunto) per gli immigrati. Boni si è battuto come un leone per fermare la costruzione delle moschee, facendo passare un emendamento in Regione che imponeva le autorizzazioni comunali per le nuove aperture dei centri di culto. E come un leone ha dato battaglia per far chiudere il centro islamico di viale Jenner a Milano.
Ma il meglio di sé, Boni, l’ha dato con la crociata contro i phone center. Nei suoi interventi aveva il piglio dell’inquisitore: «Nonostante i dodici mesi a disposizione per adeguarsi alla nuova legge», diceva il 28 marzo 2007, «i controlli effettuati su 67 centri di telefonia hanno dimostrato che nessuno di questi era in regola con la normativa vigente». Ancora: «Le indagini svolte in questa prima settimana dall’entrata in vigore della nuova legge, dimostrano che i cittadini milanesi avevano ragione di chiedere alla Giunta regionale lombarda un provvedimento che regolasse in modo serio l’apertura dei phone center». Peccato, però, che un anno e mezzo dopo la Corte costituzionale giudicò illegittima la legge. Motivo: Boni si era sbagliato. Aveva inserito i phone center nell’ambito della legislazione sul commercio, invece di quella di «comunicazione elettronica».
Ma questi flop non impressionarono Bossi. Di fronte all’indefessa e inossidabile fede di Boni, il Senatùr lo presentò anche alle elezioni regionali del 2010. Prese oltre 13 mila voti. Mica pochi, ma non venne riconfermato in Giunta. Per lui, Bossi, preferì il ruolo di presidente del Consiglio regionale. Ma anche qui il leghista è riuscito a far parlare di sé. Ha imposto ai consiglieri regionali l’obbligo di indossare la giacca dopo una goliardata del capogruppo dell’Idv Stefano Zamponi, che aveva regalato alla consigliera Nicole Minetti una maglietta con la scritta, «Finché non vedo non credo». «Il tema è quello del rispetto delle istituzioni», aveva sottolineato Boni, «credo che tutti siamo tenuti ad avere un atteggiamento, ma anche un abbigliamento, consono alla solennità della seduta». E qualche giorno dopo aveva disertato l’aula del Consiglio alla commemorazione per la morte di Oscar Luigi Scalfaro.
Tra le sue passioni c’è il Milan: una foto con Pato campeggia nella homepage del sito di Boni. Proprio sotto il simbolo leghista del Sole delle Alpi. E ci sono i social network, Facebook e Twitter compresi, naturalmente. Tant’è che sul primo, dove è seguito da seimila persone, ha annunciato di essere indagato. Ricevendo in cambio centinaia di messaggi di solidarietà, molti con su scritto «mai mulà tegn dur». E sul secondo social network ha twittato: «Vi ringrazio tutti, appena posso vi rispondo ad uno ad uno in posta. Buona serata, io non mi arrendo. Have a nice evening». Caspita, anche anglofono: buona serata.