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Data: 07/03/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Politica in fermento - Alfano chiude: al voto da soli. E Bossi ora teme il complotto. Alta tensione con il Pdl, pronti a sacrificare il consigliere coinvolto

Magari è solo un caso, ma nelle stanze di comando leghiste non gradiscono le dichiarazioni di Alfano che proprio in un momento così mette la parola fine all’alleanza con i padani: «Le prossime elezioni sono i titoli di coda di un film che sta per chiudersi, gli elettori ci vedranno senza la Lega al Nord». Certo, il segretario del Pdl attribuisce la separazione dal Carroccio al prezzo pagato dai berlusconiani per il sostegno a Monti. Roberto Formigoni si appella alla «presunzione di innocenza» . «Dimissioni? Lascio a lui valutare», svicola il governatore. Ma l’annuncio di Alfano costringe i padani ad affrontare la tempesta giudiziaria da una posizione di ulteriore debolezza. Davide Boni, a perquisizione terminata, si barrica nell’ufficio di presidente del Consiglio Regionale e lì rimane parecchie ore. Lo chiamano Giorgetti e Calderoli per dirgli più o meno la stessa cosa: «Stai tranquillo, per ora». Chi non lo chiama è Umberto Bossi, non ancora.
Il fatto che il grande capo taccia fa stare sulle spine Boni. Significa che non gli si chiede di dimettersi, ma nemmeno gli si dice di rimanere al suo posto. Evidentemente in via Bellerio stanno decidendo il da farsi e la possibilità di un’invito a tirarsi da parte non è da escludere. In attesa di decidere, qualcuno ai piani alti del movimento padano suggerisce un’interpretazione dietrologica di questo tipo: l’avviso di garanzia è una ritorsione nei confronti della Lega per la sua opposizione al governo Monti.
Matteo Salvini da Londra la fa sua parlando di «strane coincidenze». Qualche militante prova anche a ripeterla ai microfoni della radio di partito o sui social network. Ma è una tesi che rischia di divenire grottesca se le accuse a Boni dovessero mostrarsi consistenti. Anche per questo Umberto Bossi prende tempo. La botta per il suo movimento può essere durissima, attenuarne gli effetti è d’obbligo, ma non è detto che rispolverare il ritornello dei tempi andati, quello dei complotti orditi dal potere costituito per fermare «il vento del nord», possa funzionare.
Il problema del leader leghista, inoltre, è anche interno. Con la guerra fratricida che sta dilaniando il movimento le tentazioni di sfruttare il «caso Boni» per consumare vendette domestiche non mancano. La prova arriva qualche ora dopo la visita della Guardia di Finanza in Regione, quando nei corridoi del Carroccio già si mobilitano le fazioni. Gli uomini che fanno capo alla componente capitanata da Marco Reguzzoni e Rosy Mauro suggeriscono maliziosi che l’illustre indagato «è uno dei più acerrimi nemici» del clan di Gemonio.
Il tesoriere Belsito, che fa parte dello stesso gruppo, è ancora più velenoso: «Ho letto di tangenti che poi sarebbero finite nelle casse del partito: ecco, questa seconda cosa la posso escludere. Non è mai arrivato niente». Come a insinuare che chi ha eventualmente preso mazzette le ha tenute per se. Le distanze da Boni, sempre in camera caritatis, le prendono anche gli uomini di Bobo Maroni. Il presidente del Consiglio Regionale lombardo non è un fedelissimo dell’ex ministro dell’Interno, si fa sapere, semmai è molto più legato al bergamasco Calderoli. E ancor di più l’altro leghista coinvolto, Dario Ghezzi.
Come non bastasse, Boni rischia anche di rimanere vittima delle sue dichiarazioni passate. Sono già state rispolverate le sue parole dell’aprile 2011 quando due assessori bresciani finirono nei pasticci sempre per questioni di presunte mazzette: «Nella Lega reati di questo genere non sono ipotizzabili» disse «Chi viene accusato di corruzione deve prima di tutto togliere dall’imbarazzo il movimento e poi, se ha sbagliato, deve pagare». Era un invito a dimettersi, cosa che lui per il momento non intende fare: «Confermo che in data odierna mi è stata notificata un’informazione di garanzia,ma in relazione ai fatti contestati anticipo fin ora la mia totale estraneità». Nient’altro.

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