Le bacheche de l'Unità, sbullonate dalla Fiat, tornano a vivere sul giornale di carta. Parte oggi l'iniziativa che ospiterà le storie degli operai. Scritte in prima persona. Daremo voce a chi tutti i giorni lotta per la libertà di scegliersi un sindacato e per la libertà di stampa, riportando la democrazia dentro le fabbriche. Partiamo con l'Irisbus. L'ultima fabbrica chiusa dalla Fiat. Dopo una lotta lunghissima, ben 118 di sciopero, i 700 operai di Valle Ufita (Avellino) sono ora in attesa di un compratore che rilanci l'unica azienda, assieme alla Bredamenarini di Bologna, anch'essa in difficoltà, che produce autobus in Italia. La nostra lotta è stata lunga e dura. Abbiamo scioperato per 118 giorni per difendere la nostra fabbrica contro la Fiat che la voleva chiudere senza un vero perché. Tutti noi, settecento lavoratori, uomini e donne, abbiamo lottato per avere ancora una speranza nel futuro, qui in Irpinia dove di lavoro ce n'è sempre poco. Durante l'occupazione la Fiat ha tentato di tutto per dividerci, ma non c'è riuscita. Ogni decisione è stata votata dall'assemblea dei lavoratori e quella è stata la nostra forza: l'unità, sempre. Un sabato mattina ha tentato la "trappola": ha chiamato le bisarche da fuori per forzare il nostro blocco. Noi ci siamo opposti e allora l'azienda ci ha licenziato, me e altri 8 compagni, e a 72 di noi ha fatto una richiesta di risarcimento danni da 2 milioni e 170 mila euro. Noi abbiamo tenuto duro e il 14 dicembre la Fiat ha dovuto fare dietrofront. All'Unione industriali di Avellino è stato firmato l'accordo per la cesssazione dell'attività produttiva da tutti i sindacati, ma solo in cambio del ritiro dei licenziamenti e della richiesta di risarcimento. L'accordo prevede due anni di cassa integrazione per poi accedere alla mobilità, e cioè l'anticamera del licenziamento vero e proprio. Da quel giorno viviamo tutti con 800 euro al mese, con qualche decina di euro in più per chi ha carichi familiari. E quei pochi che potevano sperare di accedere alla mobilità come scivolo verso la pensione sono stati fregati dalla riforma Fornero perché l'accordo al ministero è stato sottoscritto dopo il 4 dicembre. Ma siamo contenti perché la nostra lotta era per avere un posto di lavoro e non per andare in pensione. Come noi, peggio di noi stanno un centinaio di lavoratori di ditte esterne più altri 72 lavoratori delle ditte dell'indotto. Oggi la nostra fabbrica è vuota. Quella che è stata la nostra "casa" per tanti mesi è stata smontata pezzo per pezzo, sono rimaste solo le linee di montaggio per una nostra precisa richiesta. La Fiat tiene accesa l'acqua calda per dare un minimo di continuità. Noi siamo in attesa. In attesa di un compratore. La multinazionale cinese Amsia motors ci aveva contattato direttamente per aprire una trattativa con la Fiat. Per mesi è poi sembrato che tutto fosse una bufala. Ma finalmente anche il ministero dello Sviluppo economico ci ha dato ragione. Il 16 gennaio nell'incontro a Roma il verbale finale dell'incontro parla chiaramente di una trattativa aperta fra l'amministratore delegato di Fiat Industrial Alfredo Altavilla e Amsia Motors. Una trattativa che dovrebbe chiudersi entro marzo. Per noi sarebbe una ottima notizia perché potremmo continuare a fare il nostro lavoro, costruire autobus come abbiamo sempre fatto e fatto bene, portando il marchio Irisbus ad essere conosciuto in tutto il mondo. Nel verbale poi si mette nero su bianco un principio molto importante: il ministero, nella persona del sottosegretario De Vincenti, riconosce quello di Valle Ufita come uno «stabilimento strategico» per il Paese. E se la trattativa con Amsia motors non andasse a buon fine, si impegna a trovare un'altra soluzione entro un anno. Insomma, la nostra lotta ha pagato: abbiamo un futuro. Oggi saremo in piazza a Roma con la Fiom. Oltre a tutte le motivazioni per far tornare la democrazia in fabbrica, una battaglia che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in prima persona, ce n'è anche un'altra: vogliamo un nuovo modello di sviluppo sostenibile e chiediamo al governo un Piano nazionale dei trasporti che rilanci il comparto industriale della produzione di autobus. Perché Fiat ora gli autobus li produce in Repubblica Ceca quando potrebbe farlo benissimo in Italia.