ROMA. «Se il tavolo fallisce, questa volta è un liberi tutti». Pier Luigi Bersani lancia un ultimo avviso a Monti e sfida a duello Alfano sull’articolo 18. Susanna Camusso avverte il governo sul rischio di «tensioni sociali» ed entra in rotta di collisione con i leader di Cisl e Uil. Alla vigilia del nuovo round con le parti sociali, che riprenderà domani al ministero del Welfare, il clima si arroventa.
Il governo vorrebbe chiudere la difficile partita entro la fine di marzo ma sulle risorse da destinare agli ammortizzatori sociali è ancora buio pesto. Ma non è tutto. Dopo lo sciopero della Fiom che ha portato a Roma 50 mila tute blu, la Cgil chiede che il nodo dell’articolo 18 resti fuori dalla trattativa e mette in guardia Elsa Fornero. «Noi siamo impegnati nel confronto ma se il governo è in cerca di licenziamenti più facili bisogna immaginarsi una tensione sociale di lungo periodo, che non è nell’interesse del paese» avverte Susanna Camusso. Per il segretario generale della Cgil, le priorità sono due: allargare la coperturta degli ammortizzatori sociali e ridurre la precarietà. Per il maggiore sindacato italiano, il governo non può pensare di andare avanti sull’articolo 18 anche senza accordo, come ha fatto per le pensioni.
Parole che non vanno giù a Raffaele Bonanni, che chiede al premier e al ministro di non dare «alibi» a chi «minaccia» tensioni sociali. «Spero che il governo voglia un accordo innovativo ed equilibrato e non dia la stura a chi rincorre tensioni sociali e si barrica nel no» scrive il segretario generale della Cisl su Twitter. Più cauto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che condivide le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sugli obiettiovi del negoziato: «La trattativa avrà buon esito se tutti accetteranno soluzioni razionali. Le tutele si diffondono stanziando le risorse necessarie. I diritti diventano certi riducendo i margini intarpretativi».
Se i sindacati sono divisi, i partiti arrivano allo scontro frontale. Angelino Alfano parla dal palco di Orvieto, dove ieri si sono conclusi i lavori della scuola di formazione del partito. Pier Luigi Bersani lancia il suo affondo da un convegno che si svolge a Roma. Ad aprire le danze è il segretario del Pdl, che incita Monti ad andare avanti senza curarsi troppo delle richieste sindacali. E lo fa con la supponenza di chi si ritiene alla guida del primo partito italiano. «Noi suggeriremo al governo, e lo faremo dall’alto dei nostri numeri e della nostra forza parlamentare, tre priorità: lavoro, lavoro, lavoro» grida l’ex Guardasigilli per il quale sostenere il lavoro significa riformare l’articolo 18 e dare credito alle imprese che rischiano di chiudere per colpa delle banche.
Passa qualche ora e arriva la replica di Bersani, che torna sul forfait dato da Alfano a Monti e ironizza sulla priorità che il Pdl intende darsi: «Quando c’è da parlare di corruzione e frequenze Tv, scoprono anche il lavoro. Questo è quel che dicono questa settimana, poi vediamo la prossima...». Bersani fa sapere al premier che l’articolo 18 non può essere usato come uno «scalpo» da offrire ai mercati e spiega che la disponibilità del Pd riguarda solo una piccola «manutenzione», che vuol dire ritocchi minimi. Sul lavoro, Afano viene attaccato anche da Nichi Vendola («L’emergenza è il frutto di 15 anni di politiche dissennate») e Antonio Di Pietro: «Se ci troviamo in queste condizioni, la responsabilità è solo di Berlusconi».