ROMA - Ci potrebbe essere un nuovo ripensamento nella proposta articolata sugli ammortizzatori sociali che il ministro del Welfare, Elsa Fornero, presenterà alle parti sociali domani pomeriggio: niente più cassa integrazione unica, quella straordinaria ritorna in pista. Probabilmente sarà limata, ovvero saranno eliminate alcune circostanze per accedervi, ma rimarrà. Anche dopo il 2017, quando la riforma andrà a regime. E’ questa una delle ultime novità alle quali sta lavorando il ministro. Un lavoro di cesello, svolto su più fronti: da un lato la ricerca delle risorse necessarie, dall’altro i contatti e le telefonate con i leader delle associazioni sindacali e datoriali per trovare un punto di equilibrio tra le varie esigenze. Con in mente un solo obiettivo: creare un sistema di protezione del lavoratore - non del posto di lavoro - più inclusivo, che abbracci una fetta sempre più ampia di giovani e di precari.
Dopo la pausa e il rinvio della convocazione dell’altra settimana, questi giorni non sarebbero passati invano. Il governo si è convinto: una parte delle risorse che servono per gli ammortizzatori sociali arriverà dai risparmi della riforma previdenziale. La ricerca si è concentrata dal 2014 in poi (fino a tutto il 2013 il sistema - il ministro lo ha assicurato più volte - non cambia), quindi già a partire dal periodo di transizione. Attingere ai risparmi previdenziali sembra la strada più logica. Anche perché saranno sostanziosi: 6 miliardi nel 2013; 7,5 miliardi nel 2015; 11 miliardi nel 2017. Una quota sarà dirottata agli ammortizzatori. Quanto? Da giorni si parla di almeno due-tre miliardi. Ma la cifra non è confermata: il ministro in queste ore sta ancora analizzando i vari scenari che si è fatta preparare dall’Inps. Tutto dipenderà infatti dall’ampiezza della platea, dalla durata del sostegno e dalla quota a carico delle aziende e dei lavoratori stessi: elementi che, spostati più in alto o più in basso, danno risultati completamente differenti.
E’ praticamente escluso, comunque, che si vada a garantire la protezione all’intera platea di dipendenti privati, costituita da 12 milioni di persone. Almeno adesso. E allora quanti? Si pensa di inglobare un po’ di precari nel trattamento di disoccupazione rendendo meno rigidi i requisiti di accesso. Attualmente per l’indennità di disoccupazione bisogna aver lavorato con contributi versati almeno 52 settimane nel biennio precedente il licenziamento (c’è poi un trattamento con requisiti ridotti e anche copertura ridotta). Di quanto si abbasserà l’asticella? Basteranno, ad esempio, solo 26 settimane nell’ultimo anno (sei mesi è la durata media dei contratti dei precari)? Molto dipenderà dalle risorse recuperate. Altro fattore rilevante sulla spesa: la durata del sussidio. L’indennità di disoccupazione ora è corrisposta per per 8 mesi (12 per gli over 50), ma la mobilità - che cambia in base ai settori e alle dimensioni aziendali - dura anche 2 anni, più le proroghe. Accorpando i due istituti cosa succederà? Le parti attendono risposte precise dal ministro.
Domani si dovrebbe poi chiudere il discorso sull’apprendistato. Sono tutti d’accordo, sarà il modo prevalente di assunzione dei giovani. Anche sui contratti il lavoro è a buon punto: via le false collaborazioni, l’associazione in partecipazione e stretta sulle partite Iva fittizie. Per contrastare la flessibilità «malata» si pensa a un sistema di disincentivi. L’idea del governo (ma le aziende non sono d’accordo) sarebbe quella di far pagare di più tutti i contratti a tempo. Domani non si dovrebbe parlare, invece, di flessibilità in uscita e quindi di articolo 18.