Il braccio di ferro che il sindaco di Roma Alemanno ha iniziato sulla privatizzazione di Atac e Ama, ha riaperto il dibattito sull'opportunità di procedere alla dismissione delle partecipazioni che gli enti locali possiedono nelle società di gestione dei servizi pubblici. In questi campi la presenza delle amministrazioni risale addirittura all'inizio del secolo scorso. Fu una legge del 1903, caldeggiata dai cattolici e dai socialisti e sostenuta dall'allora governo Giolitti, a regolamentare e dare impulso allo sviluppo delle aziende locali per soddisfare i crescenti bisogni della cittadinanza. Le municipalizzate passarono così dalle 26 del 1904 alle 74 del 1908 fino alle 158 del 1926. Oggi la galassia delle imprese locali di proprietà degli enti territoriali è piuttosto vasta. Una indagine di qualche anno fa contava oltre 700 società nelle mani di Regioni, Provincie, Comuni o a proprietà mista, con un giro d'affari di 43 miliardi di euro e oltre 240mila dipendenti. Se però si allarga il campo fino a comprendere tutti gli enti locali comprese le comunità montane i numeri cambiano. Unioncamere ha censito oltre 5 mila società - ben 7 per ciascun ente locale - di cui 1266 partecipate dai Comuni. I campi di intervento sono i più vari: dal trasporto pubblico alla nettezza urbana, dall'erogazione del gas a quella dell'acqua. Se quello di efficientare e rendere più trasparenti le aziende pubbliche locali può essere considerato un obiettivo universalmente condiviso ed auspicabile, l'idea di procedere ad una loro liquidazione indiscriminata per tornare ad una gestione privata è una scelta deleteria, frutto di una visione demagogica e populista. L'argomento, spesso portato avanti, che la cessione delle municipalizzate aiuterebbe il nostro Paese a rispettare i nuovi e più stringenti vincoli europei sulla riduzione dell'indebitamento è totalmente priva di fondamento. Le imprese di cui si parla sono principalmente di proprietà locale - e in particolar modo comunali - quindi un processo di privatizzazioni non avrebbe alcun impatto diretto sul debito pubblico, ma solo sui bilanci comunali e sull'incidenza del Patto di Stabilità interno, tramite la realizzazione di flussi di cassa immediati, cui però andrebbe contrapposta la perdita di introiti nel lungo periodo. In secondo luogo, consegnare in mano ai privati delle attività socialmente rilevanti rischia di produrre numerose conseguenze negative. Infatti, le aziende pubbliche che gestiscono beni e servizi collettivi devono avere una visione sociale necessariamente più attenta di quella del privato, che - per sua natura - è solitamente orientato al profitto a breve termine. Il rischio è che molti servizi vengano erogati a prezzi più onerosi e con minori garanzie in fatto di sicurezza. Non si tratta di fare dell'allarmismo. Due anni fa la Corte dei Conti, nel suo rapporto su risultati e obiettivi delle operazioni di privatizzazioni di partecipazioni pubbliche, evidenziava - fra le altre cose - che i profitti realizzati dalle utilities cedute ai privati non erano dovuti a recuperi di efficienza sul lato dei costi, ma erano generati da meri aumenti delle tariffe a carico dei cittadini. Cedere indiscriminatamente aziende pubbliche per consentire ai privati di lucrarci sopra senza migliorare i servizi, magari riducendo contestualmente i livelli di occupazione, è un rischio che - soprattutto in questi tempi di crisi - il nostro Paese non può permettersi.