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Data: 18/03/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Riforma del lavoro - Quel pressing finale sulla Cgil. Girandola d’incontri. Casini: salvare il Paese dal baratro

MILANO - L’intrecciarsi di riunioni a due, a tre, a quattro, di cene e pranzi, hanno trasformato il convegno milanese di Confindustria che ha chiuso l’era-Marcegaglia, in una sorta di Coverciano. Una due giorni di ritiro prima del match finale di martedì, durante i quali, per dirla con Pier Ferdinando Casini, è emersa una tale «consapevolezza che il Paese va salvato dal baratro», da rendere inevitabile un seppur non ufficiale via libera alla riforma del mercato del lavoro da parte di sindacati e imprese.
Alla cena di venerdì sera del leader dell’Udc con la Marcegaglia e la Camusso, sono seguiti l’indomani tre summit a porte chiuse al sesto piano dell’immensa struttura che ospitava la prima fiera di Milano. Il presidente del Consiglio arriva all’inizio dei lavori della seconda giornata di convegno e si chiude, in una stanza alle spalle del palco, con la Marcegaglia.
«The italian job», è il titolo dell’editoriale di tre giorni fa del Financial Times che Monti ha nella sua borsa insieme a quello freschissimo pubblicato dal Corriere della Sera a firma di un altro professore della Bocconi: Francesco Giavazzi. Seppur con modalità diverse, tutti e due i quotidiani spingono il governo a non mollare e a stringere i tempi delle riforme. Monti comprende dal colloquio con la Marcegaglia che non è da lì che possono venire i problemi e che lo scalpo dell’articolo 18, a coronamento di quattro anni di mandato in viale dell’Astronomia, possono valere qualche euro in più.
Trascorre mezz’ora e la «chiacchierata informale», come si affrettano a definirla, si allarga ai due leader sindacali previsti nel programma del convegno, Camusso e Bonanni, e al segretario della Uil Angeletti che si precipita in via Colleoni. Il muro della Cgil impedisce la firma di qualunque accordo, mentre Cisl e Uil sembrano lavorare per la riduzione del danno. D’altra parte il mandato che giovedì notte hanno dato a Monti i tre leader che sorreggono la maggioranza, non dà molte sponde a sindacati e imprese. Uno dei tre leader presenti al summit della lasagna di giovedì sera, è seduto in prima fila. Quando Alfano parla dal palco e grida con entusiasmo un «forza Elsa, abbi coraggio», la platea si scatena e si ha la misura di quanto il Pdl sia ormai divenuto un fedelissimo sponsor del governo-Monti.
«Avete viste che i partiti hanno fatto delle rinunce, ora tocca a voi». Monti sa, e forse spera, che il tentativo di convincere i sindacati, Cgil in testa, a firmare l’intesa è pari a zero. Non se ne duole più di tanto però, proprio perché sa che i mercati e le principali cancellerie giudicheranno la bontà della riforma proprio dal grado di irritazione dei sindacati. Tanto più alta sarà la chiamata alla mobilitazione, tanto scenderà lo spread. Un rapporto inverso, e forse perverso, che costringe tutti gli attori della trattativa a recitare la propria parte. Monti ne è consapevole e su una cosa sin dall’inizio non ha mai mollato: il varo entro marzo della riforma. Nel primo pomeriggio di ieri, concluso il convegno e con Monti impegnato all’Aquila, tocca al ministro Fornero riannodare i fili incontrando di nuovo i sindacati. Obiettivo della trattativa, come gestire il dissenso visto che il governo sarà obbligato a portare in consiglio dei ministri un testo non sottoscritto da nessuna delle parti, anche perchè la strada dellìaccordo separato non piace al Professore. Dopo martedì e il consiglio dei ministri di venerdì, toccherà quindi ai partiti reggere la spinta esterna del sindacato e degli ormai ex alleati.

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