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Data: 18/03/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il governo Monti a L'Aquila - I professori nella città distrutta dalle passerelle al linguaggio dell’urgenza

L’AQUILA - Mario Monti è arrivato all’Aquila, e con lui un drappello di ministri a evidenziare quanto il Governo sia vicino alla città. Scene già viste con altri protagonisti (il giro per il centro storico con i volti modellati da inevitabile stupore davanti a questo palazzo disastrato, quella piazza massacrata, quel vicolo zeppo di macerie, lo strazio della Casa dello Studente), frasi già sentite («incredibile», «terribile», «allucinante»), ma, almeno sembra, una concretezza nuova. Del resto il Governo dei professori ha fatto della concretezza la sua bandiera. Bene: ieri Monti, Barca e gli altri professori-governanti hanno parlato agli aquilani usando parole chiare, scandendo il linguaggio dell’urgenza, che è poi quello che serve.
Anche Berlusconi aveva iniziato così, va detto: con il linguaggio dell’urgenza. E’ durata poco, però, troppo poco. I giri per il centro storico si sono presto moltiplicati fino a raggiungere frequenza da passerella mediatica, la ribalta globale del G8 con i Grandi della Terra pronti a svenarsi per L’Aquila si è rivelata un bluff una volta spente le telecamere planetarie, soprattutto la spinta del Governo si è esaurita, con il solo Gianni Letta in pista ad accogliere le istanze di un territorio sfiancato, lui, «abruzzese tra gli abruzzesi». Una questione di Stato ridotta a questione etnica: tranquilli, c’è un abruzzese a Roma che non dimentica la sua gente. Ma non era di questo che si trattava, non era un fatto privato tra conterranei, c’era e c’è una città ridotta in frantumi, nei suoi palazzi e in chi li abitava.
A questa deriva regionalistica si è poi aggiunta una gestione dell’emergenza spezzata da polemiche quotidiane, da botte e risposte le une più stucchevoli delle altre, da una piccola politica locale che offriva il destro alla politica nazionale per essere lasciata a cuocere nel brodo dei veleni.
Ora Barca, quel Barca che studiava e conosceva L’Aquila prima ancora di diventare ministro ed ereditarne le chiavi dell’emergenza, dice che è tempo di farla finita con la struttura straordinaria, con i vice commissari e con tutte le pastoie che trattengono L’Aquila futura, e che i soldi ci sono, dunque è tempo di darsi una mossa. Il linguaggio dell’urgenza, appunto. Bello sentirlo di nuovo. Ma «questa volta, quanto durerà?», si chiedeva Franco Battiato pensando alla stagione dell’amore, ma è una domanda che veste benissimo anche la stagione dell’emergenza. Già, quanto durerà? Per tutto il tempo che serve, è la nostra speranza. Non troppo tempo, non più tempo: quello che serve.
E, già che ci siamo, sarebbe opportuno non riempire la campagna elettorale dei veleni che hanno nutrito questi anni amari. I candidati a sindaco non cerchino voti continuando a rinfacciarsi i ritardi della ricostruzione. Qui Cialente, lì De Matteis fedelissimo di Chiodi e il Pdl oggi confuso ma comunque con Chiodi. Cialente e Chiodi, Chiodi e Cialente: i loro scontri hanno riempito giornali, telegiornali e web. Non se ne può più. E probabilmente si poteva anche fare a meno delle performances elettorali, ieri, al forum Ocse. Non era quella, come si usava dire, la sede. Lo sbarco sull’Aquila di Monti potrà aiutare a respirare aria nuova se alle parole seguiranno i fatti, perchè i fatti tolgono terreno alle polemiche. Altrimenti sarà un’altra occasione persa. L’ennesima.

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