ROMA «Le parti sociali facciano prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse di calcolo particolare», scandisce Giorgio Napolitano al termine della commemorazione di Marco Biagi alla Camera. Il Presidente esce dalla sala della Lupa, indossa il cappotto blu, si sistema il cappello e davanti a telecamere e taccuini dei cronisti va in onda un fuori programma con il capo dello Stato che torna a fare pressing sul tema clou del momento, la riforma del lavoro. «Sarebbe grave la mancanza di un accordo cui le parti sociali diano saldamente il loro contributo», l’ultimo stringente messaggio di Napolitano proprio alla vigilia dell’incontro forse decisivo tra i sindacati e il governo sulla riforma del lavoro.
E del resto, l’occasione del ricordo di Biagi a dieci anni esatti dall’assassinio non poteva costituire momento più propizio. Una commemorazione nella sala della proclamazione del referendum del 2 giugno, adiacente a quella intestata ad Aldo Moro, con quattro oratori di eccezione: Gianfranco Fini presidente della Camera; Pier Ferdinando Casini leader dell’Udc; l’ex premier Massimo D’Alema; i due ministri del Lavoro che con Biagi collaborarono attivamente, Bobo Maroni e Maurizio Sacconi. In prima fila in sala, attento e partecipe, il capo dello Stato. Nei discorsi degli oratori il profilo di Biagi si è intrecciato con il filo dei ricordi personali, «credo di averlo conosciuto da sempre», ha detto ad esempio Casini, bolognese come lui, «era preparato, ispirava la massima fiducia, era un autentico maestro di vita», per il leader centrista il giuslavorista assassinato dalle Br è stato un vero e proprio «eroe dei nostri tempi», tutt’altro che un uomo di parte, piuttosto «al servizio delle istituzioni». «No partisan», lo ha definito D’Alema. Tutti gli interventi hanno reso omaggio alla figura di Biagi, uno studioso che «riuscì ad aprire nuove strade in tema di mercato del lavoro, fu uno strenuo avversario della precarietà», ha ricordato il presidente del Copasir. E tutti hanno finito per battere sul tasto dell’attualità, sulla trattativa per dare sbocco a una intesa sul lavoro, la flessibilità, l’articolo 18, a eccezione di Maroni secondo il quale «la concertazione è solo una sede consultiva, le decisioni spettano comunque al Parlamento».
E’ stato ancora D’Alema a fornire una chiave di mediazione e superamento, quando ha ricordato che fu proprio lui da premier in contrasto all’epoca con Bertinotti «a dover sostenere che non sarebbe bastato difendere il contratto collettivo per garantire i lavoratori», così come, dall’altra parte, «una visione di liberismo estremo che mirava solo e semplicemente a smantellare tutele e diritti» non ha certo aiutato a trovare una mediazione sicché adesso, tra questi due estremi, riesce possibile «costruire un equilibrio nuovo» incentrato nella lotta alla precarietà, «ci sono due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, un vero e proprio esercito della disperazione». Fini ha definito Biagi «un vero riformista», ne ha ricordato il famoso Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, redatto assieme a Sacconi che ha svolto l’intervento conclusivo badando, l’ultimo ministro del Welfare di Berlusconi, a non rinfocolare polemiche e contrasti, spronando piuttosto a «percorrere insieme l’ultimo miglio» della riforma voluta da Biagi, con i sindacati invitati ad attuare «discontinuità con il passato», e con una riforma che deve servire a «convincere le imprese che conviene investire e assumere».