ROMA Tutti al ministero del Lavoro, oggi pomeriggio, per la firma probabile anche se non certa dei verbali. Comunque per proseguire il confronto. Poi palla al Parlamento dove il testo sulla riforma del lavoro arriverà senza il sì della Cgil. Cioè senza un accordo completo con tutte le componenti delle parti sociali. O, se preferite, con un accordo separato. Che più separato non si può, visto ciò che sta accadendo sul fronte sindacale con una Cgil che fa scattare la mobilitazione: sedici ore di sciopero generale, la metà delle quali da spendere in piazza e l’altra metà in una serie di assemblee sui posti di lavoro. Con una Cisl che condivide l’intesa raggiunta, ma certo non innalza peana al cielo. Con una Uil che si impunta e chiede che una parte dell’articolo 18 (quella che riguarda i licenziamenti economici) venga corretta in sede parlamentare. Oltre tutto la confederazione guidata da Susanna Camusso si sente tradita da Cisl e Uil: «Hanno commesso un gravissimo errore, se fossimo rimasti uniti il governo non avrebbe potuto fare quello che ha fatto».
Ieri e oggi ancora riunioni tecniche per limare il testo anche se per Monti e il governo, inutile ribadirlo, la partita è definitivamente chiusa. «Per noi non lo è» avverte il leader della confederazione di corso d’Italia, che, al termine del direttivo, ufficializza lo sciopero, la cui data sarà decisa quando sarà noto l’iter parlamentare. «Siamo di fronte - puntualizza - a un esecutivo che scarica il risanamento su lavoratori, pensionandi e pensionati. Un esecutivo che sembra voler portare in Asia (il riferimento è al prossimo viaggio del premier in Estremo Oriente) l’immagine che in Italia si può licenziare facilmente». Secondo Camusso viene «contrabbandata» la necessità di nuove regole come una priorità per far crescere il Paese. La riforma degli ammortizzatori sociali, pur ampliando la platea dei possibili fruitori, non vale per tutti se commisurata allo stanziamento delle risorse. «Per noi - insiste - l’articolo 18 è uno strumento fondamentale di difesa dei lavoratori e il governo non ha mai manifestato alcuna volontà di mediazione».
In contemporanea conferenza-stampa post esecutivo di Raffaele Bonanni che, evidentemente, dà una interpretazione diversa sulla riforma. «E’ un compromesso che si può migliorare, abbiamo due o tre giorni per lavorare al testo che non è ancora definitivo. Vedremo di buon occhio eventuali cambiamenti se emergessero grosse falle». Non risparmia però una stoccata alla Cgil: «Si discute solo dell’articolo 18 e io credo che su questo si faccia politica più che sindacato. Concertare non è partecipare a un pranzo di gala, ma vuol dire prendersi le proprie responsabilità e c’è chi non lo ha fatto nè con Prodi, nè con Berlusconi, nè con Monti».
La direzione della Uil decide per il «giudizio sospeso». Una correzione di rotta, seppure leggera, rispetto alla partenza. Precisa Luigi Angeletti: «Abbiamo detto che avremmo dato un parere positivo se ci fossero state delle modifiche che non ancora abbiamo ottenuto: se ci saranno diremo sì, altrimenti diremo no e le modifiche le chiederemo al Parlamento». Cauto il numero uno dell’Ugl, Giovanni Centrella: «Aspettiamo e teniamo conto delle valutazioni di tutti. Prima di parlare di mobilitazione bisogna usare prudenza». Pronta a tutto la Fiom. Maurizio Landini non usa giri di parole: «Non escludiamo alcuna iniziativa di fronte alla follia che cancella l’articolo 18. Si dà alle imprese la libertà di licenziare senza giusta causa, con un po’ di soldi il padrone caccia il lavoratore fuori dalle fabbriche».
Ora fari puntati sul Parlamento. «Il gioco è in mano ad altri - ammette Bonanni - ed io sono molto interessato perché tutto ciò che non siamo riusciti a far transitare con il dialogo, lo sosterremo anche in sede parlamentare, ma il sindacato non è il Parlamento». «Certo che ci rivolgeremo alle Camere - dice Camusso - affinché intervenga per cambiare le norme che non vanno bene». Sicura che il Parlamento «non abbia alcuna convenienza ad approvare una riforma impostata come il governo l’ha impostata».