ROMA - «Presidente, questo è l'Hotel Quirinale, non il Quirinale...». La battuta della cronista è feroce, eppure Massimo D'Alema non si scompone. «Lo sa che lei è davvero spiritosa?». Sono le tre del pomeriggio nel grande albergo a due passi dal Botteghino, il presidente dei Ds ha già maturato il passo indietro ma non lo dà a vedere, ostenta una serenità quasi olimpica, i cronisti incalzano e lui non si sottrae, racconta perfino che Bertinotti gli ha telefonato giovedì per gli auguri di buon compleanno. «Fare un passo indietro? Già ero molto riluttante a farne uno avanti... Non ho mai cercato poltrone, anzi spesso ho rinunciato con una certa levità».
LA LETTERA - Alle otto e mezzo della sera il tam-tam dei dalemiani in direzione, «vedrete, alla fine Massimo rinuncerà», diventa un comunicato ufficiale. «Ho informato Prodi e Fassino della mia decisione - recita la nota diramata dallo staff dell'ex premier, che ha deciso in "assoluta concordia con Fassino" -. Vi è infatti una contrapposizione che potrebbe portare dolorose lacerazioni e indebolire il governo del Paese». D'Alema ringrazia i Ds per aver avanzato una candidatura che «rispondeva alla legittima aspirazione del maggior partito del centrosinistra» e spiega il senso politico del suo beau geste , deciso sull'onda della minaccia di Bertinotti di offrire a Prodi un mero appoggio esterno al governo: «Appartiene alla responsabilità del maggior partito anche assicurare la tenuta unitaria di una maggioranza che deve affrontare sfide difficili - scrive D'Alema -. Per noi questi valori sono prioritari rispetto a qualsiasi, pur legittima, aspirazione politica o personale».
Parlando davanti alla direzione, il presidente lo aveva in qualche modo preannunciato: «Non faccio saltare la coalizione». Poi, conversando con i giornalisti al bar, si era lasciato andare a un lungo sfogo, non senza accenti critici nei confronti di Prodi e forse di Fassino. «La vicenda è nata da equivoci. Se la coalizione che ha vinto le elezioni si presenta a un passaggio così con due candidati, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Spetta a Prodi dire la sua, non ci sono ragioni né politiche né personali per spingere la questione fino alla rottura». Adesso il tema è quale futuro per il presidente dei Ds. Il Quirinale? Un ministero? E quale ministero? Gli Esteri forse? «È un discorso del cavolo, non siamo ai mercati generali» scaccia lo scenario il diretto interessato, in partenza per una vacanza in barca a vela.
LE CRITICHE - Su Fassino, che attendeva «fiducioso» il responso di Prodi, erano piovute nelle sei ore della direzione le critiche di Fabio Mussi, Umberto Ranieri, Cesare Salvi ed Enrico Morando, per come la segreteria ha condotto le trattative. Facce scure, silenzi ostentati, tensioni sottotraccia, ma su tutto la voglia di non mostrare le lacerazioni interne. Dalemiani come Bersani, Violante, Angius e Cuperlo iscritti a parlare e stoppati da Marina Sereni: «Non c'è tempo, e poi avete già parlato in segreteria». E, a tarda sera, Fassino che invita le forze politiche dell'Unione a ispirare i propri comportamenti «al senso di responsabilità e alla generosità di D'Alema e dei Ds».