"Più volte ho sentito dire Monti: ascoltiamo le parti sociali, però alla fine decidiamo noi. Cioè: siamo persone educate, stiamo a sentire tutti, ma non ci importa nulla di quello che ci dite"...
Pierre Carniti, una lunga militanza nel sindacato, segretario dei metalmeccanici della Cisl, segretario nazionale della Cisl dopo Macario, compagno di trattative di Lama e Benvenuto, ricorda bene la nascita dello Statuto dei lavoratori, ma ricorda bene anche la firma dell’accordo di San Valentino dell’ottantaquattro, che tagliò quattro punti di contingenza e l’unità sindacale, Cisl e Uil da una parte, Cgil dall’altra.
Adesso sull’articolo 18 e su tutto il resto, nel merito, attende: c’è di mezzo un lungo iter parlamentare che potrebbe modificare la sostanza delle cose. Ma alcune considerazioni di carattere generale, le vuole esprimere, senza reticenze, ad esempio quando si chiede se il premier e il suo ministro del lavoro non appaiano “dilettanti allo sbaraglio”, per non pensare di peggio, se non mostrino qualche incertezza nell’uso della democrazia, se non accantonino con un eccesso di leggerezza lo strumento, democratico, della concertazione.
Allora, Pierre Carniti, ci spieghi: che cosa ha imparato da questi giorni tempestosi?
«Mi è sembrata assai eccentrica la nozione che il premier manifesta del rapporto tra dialettica sociale e sintesi politica. Più volte l’ho sentito dire: ascoltiamo le parti sociali, però alla fine decidiamo noi. Cioè: siamo persone educate, stiamo a sentire tutti, ma non ci importa nulla di quello che ci dite. Questo atteggiamento contraddice non solo forma e sostanza di un normale confronto con i sindacati e con le forze sociali in genere, ma contrasta – vorrei ricordare – anche con quanto indica l’articolo due della nostra Costituzione...».
Ricordiamo, appunto: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
«La Costituzione assegna ai corpi intermedi una funzione decisiva per la piena espressione della personalità umana, prevedendo pluralità nelle istituzioni, prevedendo che nel Parlamento vi siano più partiti, che nella società agiscano organizzazioni diverse, che partiti e organizzazioni interloquiscano a vari livelli istituzionali, di ordinamento, di potere... Ecco, mi pare che l’idea che il premier ci consegna sia estranea alla logica di una democrazia pluralista, come si è cercato di disegnare in tanti decenni dal dopoguerra e nella carta costituzionale. Lui ascolta e lui decide...».