Ma sicuramente ha occupato la maggior parte del tempo. Proprio sulla riforma, illustrata dal ministro Fornero, si è si è scatenato il dibattito e non certo perché il ministro ha sottolineato più volte «di portare da sola il peso di questa riforma» che «mi è valsa già minacce e ingiurie». Piuttosto per il metodo, assai criticato da buona parte dei ministri, di illustrare non gli articoli di un disegno di legge già scritto, ma le intenzioni raccontate in un ventina di cartelle.
Il disegno di legge non è infatti pronto e il varo «salvo intese» ha ricordato ai presenti il meccanismo più volte usato dal governo Berlusconi. «Di cosa discutiamo se non abbiamo un testo su cui obiettare!», ha osservato polemicamente il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, che ha già manifestato pubblicamente perplessità sui criteri di modifica dell’articolo 18. Non da meno sono state le osservazioni del ministro della Salute Renato Balduzzi, che si era già lamentato per il mancato approfondimento del decreto liberalizzazioni. Sulle conseguenze che la riforma potrebbe avere sul comparto del pubblico impiego, si è anche interrogato il ministro della Funzione pubblica, Giuseppe Patroni Griffi. «Forse potremmo rinviare la discussione sull’articolo 18 al prossimo Consiglio», ha provato a suggerire il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, guardando nervosamente l’orologio. Passera non fa in tempo a concludere la proposta dello slittamento che Monti respinge la proposta: «No, questa sera si chiude. Se volete mettiamo ai voti. Se rinviamo a domani i giornali, specie quelli stranieri, ci massacrano». «Allora chiudiamo subito, ma ai voti no, in questo momento sarebbe un errore per tutti», ribatte Passera poco prima di lasciare la riunione per volare a Firenze.
Il carico da novanta, che fa salire ancor più la tensione e che forse rende in maniera netta la trasformazione di un gruppo di tecnici in politici più o meno navigati, provvede a metterlo sul piatto Piero Giarda. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento si unisce al coro dei colleghi che non vorrebbero discutere di una materia senza avere un testo davanti, sottolineando i problemi di copertura che ha avuto di recente il decreto liberalizzazioni. Nel mirino di Giarda entra subito il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli colpevole, a suo giudizio, del pasticcio delle mancate coperture. «Io non vado più in Parlamento a difendere l’indifendibile, dopo che un tuo ufficio, la Ragioneria, ha sostenuto che sul provvedimento non c’è copertura. Se pensate di andare avanti in questo modo, sono pronto a farmi da parte». La querelle viene ricomposta dallo stesso presidente del Consiglio che racconta ai presenti di aver affrontato e risolto la questione il giorno prima con il capo dello Stato.
All’approvazione «salvo intese», arrivano tutti più o meno convintamente e, comunque, certi che la questione non è chiusa. Anche perché per avere il testo del ddl si dovrà attendere il rientro, tra una settimana, del premier dalla missione in Oriente. Ieri sera, durante la cena a Milano con il presidente del Senato Renato Schifani, Monti e la Fornero hanno insistito molto sulla necessità «di avere in Parlamento una corsia preferenziale» per il ddl, in modo da licenziare la riforma, il cui iter comincerà a palazzo Madama, prima dell’estate. Rassicurazioni in tal senso Monti le avrebbe avute non solo dal Quirinale, ma anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini. E lo stesso Pd di Bersani non sembra avanzare problemi a patto però che anche per i licenziamenti per motivi economici ci sia la possibilità del reintegro.
In realtà l’auspicio di Casini affinché «la riforma diventi legge dopo le amministrative», segnala il vero problema elettorale che sta alla base di molti irrigidimenti. E’ l’ulteriore conferma che il compromesso sulla scrittura dell’articolo 18 è ancora tutto da costruire e che conterà anche il risultato delle elezioni di maggio. Il rischio, ben presente al Quirinale, che la maggioranza possa implodere proprio sulla riforma del mercato del lavoro, si evince dalla tenacia con la quale nel Pdl l’ala degli ex An - a suo tempo contraria al governo dei tecnici - è divenuta ora la più convinta sostenitrice della riforma-Fornero. Il clima di tensione sociale spinge però Giorgio Napolitano a consigliare al governo di tenere in maggiore considerazione l’esigenza della coesione sociale senza ovviamente venire meno ad un impegno di riforma preso con l’Europa.