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Data: 24/03/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Reintegro se il motivo economico nasconde licenziamenti disciplinari. Sugli statali il governo rinvia «Servirà un confronto»

Cause più veloci, arriva il rito procedurale abbreviato
ROMA - Le novità ci sono e qualcuna anche rilevante. Il testo finale della riforma del mercato del lavoro approvato ieri dal consiglio dei Ministri alla fine qualche limatura di rilievo ce l’ha. A partire dalla spinosa questione dei licenziamenti individuali. Le tre tipologie individuate - discriminatorio, disciplinare e economico - restano con sanzioni diverse: il reintegro obbligatorio solo nel primo caso; reintegro o indennizzo per quelli disciplinari a seconda della fattispecie; solo indennizzo per quelli economici o oggettivi. Ma per andare incontro alle richieste dei sindacati che temono ricorsi alla motivazione economica anche quando in effetti sono altri i motivi, viene introdotta un principio anti-abusi: se il lavoratore dimostra che il vero motivo del licenziamento è un altro, magari discriminatorio o anche disciplinare, scatta il reintegro. Sempre sul tema ci sono anche altre importanti novità: la motivazione del licenziamento deve essere sempre scritta e non può essere generica, nel caso di contenzioso ci sarà il rito abbreviato. Una richiesta, questa, avanzata sia dai sindacati che dai datori di lavoro. Il testo non dice se alla fine basteranno sei mesi o un anno («è rimessa al giudice la scansione dei tempi del procedimento»), ma parla di «rito speciale» con caratteristiche di celerità e snellezza, che comunque dovrà prevedere la fase istruttoria.
Naturalmente la filosofia di base dell’intera riforma resta sempre la stessa: in cambio di minori vincoli alla flessibilità in uscita, quella in entrata deve costare di più. Ecco quindi non solo l'aliquota aggiuntiva sui contratti a termine, ma anche la stangata sui co.co.pro, i cui contributi aumenteranno di un punto percentuale all’anno fino ad arrivare al 33%, pagato per i dipendenti. Il sistema di ammortizzatori sociali dovrà essere nel tempo più inclusivo, ma meno generoso di modo che il lavoratore è stimolato alla ricerca di una nuova occupazione. Con un’ultima sorpresa: cambiano di nuovo i tempi per la fase di transizione dei nuovi ammortizzatori sociali. La dead-line del vecchio sistema (fissato una prima volta a tutto il 2017, poi due anni prima, poi ancora nel 2017) viene stabilita a fine 2015. Dal 2016 la riforma, quindi, sarà completamente a regime.

Sugli statali il governo rinvia «Servirà un confronto». Patroni Griffi: regole diverse, valuteremo la costituzionalità

ROMA È ancora tutta da definire la questione dell’inclusione dei dipendenti pubblici nella riforma del mercato del lavoro ed in particolare del nuovo articolo 18. Nei giorni scorsi il governo aveva manifestato l’intenzione di riservare al pubblico impiego un trattamento differenziato rispetto agli altri lavoratori. Ieri il ministro della Funzione pubblica ha confermato l’intenzione di verificare la questione nei suoi vari aspetti, compreso quello relativo all’eventuale incostituzionalità derivante da una futura disparità normativa.
«Affrontiamo tutto, vedremo quali sono i vincoli che abbiamo dopo di che cerchiamo di avere la maggiore convergenza possibile compatibilmente anche con i vincoli costituzionali che abbiamo» ha detto ieri il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi. La sede per questa discussione a quanto pare è già pronta: dovrebbe essere il tavolo aperto dallo stesso ministro con i sindacati e allargato agli altri datori di lavoro pubblici incluse Regione ed autonomie locali. Anche il comunicato di Palazzo Chigi ieri faceva riferimento a «successive fasi di confronto» nelle quali saranno definiti gli «eventuali adeguamenti» per il settore pubblico.
Per Patroni Griffi «le situazioni di base del settore pubblico e di quello privato, nonostante un avvicinamento, sono regolate ancora in maniera diversa, ci sono delle forme di licenziamento nel pubblico che non ci sono nel privato e viceversa, soprattutto esiste un meccanismo di ammortizzatori sociali in uscita che non è applicabile al pubblico».
Il riferimento è alle norme emanate nel 2001 e sostanzialmente mai applicate, che prevedono la messa in mobilità dei dipendenti pubblici in esubero e poi la cessazione del rapporto di due lavoro entro due anni, in caso di mancato collocamento in un posto diverso. Questa procedura è stata rafforzata la scorsa estate con la cancellazione della consultazione dei sindacati, prevista in precedenza. Si tratta indubbiamente di un meccanismo diverso da quello usato nel settore del privato, per quanto riguarda i licenziamenti economici; non ci dovrebbero tuttavia essere dubbi sul fatto che anche i dipendenti pubblici godono attualmente delle tutele dell’articolo 18 in caso di licenziamento illegittimo. Dunque se le modifiche saranno di portata generale riguarderanno anche loro.
Sul tema sono intervenuti ieri anche i sindacati. «Le norme sul pubblico impiego esistenti sono molto più dure delle norme che ci sono nel settore privato», per cui in relazione all’articolo 18 «si potrebbe anche dire che per alcuni potrebbe rappresentare un'occasione» ha detto il segretario generale della Cisl Bonanni. Mentre per Giovanni Torluccio, segretario generale della Uil-Fpl «sull’applicabilità dell’articolo 18 ai settori pubblici, la polemica è strumentale ed inutile» perché «i lavoratori pubblici, negli ultimi anni, sono stati massacrati».

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