MILANO - Quei licenziamenti rappresentano «nulla più che misure adottate» dalla Fiat «per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo» nello stabilimento di Melfi (Potenza). Non c'è spazio per le interpretazioni nelle motivazioni della sentenza letta lo scorso 23 febbraio dai giudici del lavoro della Corte d'Appello di Potenza.
CARRELLI FERMI - Un mese fa la Corte decise di reintegrare Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai licenziati nel 2010 perchè, secondo la Fiat, nella notte tra il 6 e il 7 luglio di quell'anno avrebbero bloccato volontariamente la produzione, con un grave atto di insubordinazione e di sfida, andando quindi oltre i limiti del diritto di sciopero. I giudici hanno ricostruito minuziosamente, nelle 67 pagine delle motivazioni, quanto accaduto quella notte, ribaltando il quadro ipotizzato dal Lingotto (e confermato in primo grado). La vicenda ha inizio con una protesta interna: tra l'1 e le 2 di notte gli operai organizzano una manifestazione e, contestualmente, si bloccano i carrelli che riforniscono le linee di produzione. Da questo punto in poi, la storia viene letta in chiave diversa dalla Fiom (due degli operai erano all'epoca delegati sindacali) e dall'azienda: per il sindacato non c'è responsabilità soggettiva ma esercizio del diritto di sciopero. Per la Fiat c'è invece un gesto di sfida e un grave «stop» alla produzione, insomma sabotaggio.
LONTANI DALLA PRODUZIONE - Per i giudici non c'è stato nessun danno alla capacità produttiva dello stabilimento ma, soprattutto, non è stato infranto il divieto di «ledere la capacità del datore di riprendere l'attività dopo lo sciopero». Nelle motivazioni si fa riferimento anche a un clima di antagonismo nei rapporti sindacali, cui si aggiunge anche la divisione tra le diverse sigle in riferimento alla vicenda contrattuale di Pomigliano. I tre operai, anche dopo la sentenza, non hanno ancora fatto ritorno in fabbrica perchè l'azienda ha comunicato loro che «non intende avvalersi delle prestazioni lavorative»: stipendio garantito, ma lontano dalle linee produttive.