CERNOBBIO - All’inizio ha avvertito che non avrebbe cercato il consenso, alla fine ha spiegato di non poter promettere la crescita nel 2012; al massimo un po’ di recessione in meno rispetto a quella che ci sarebbe stata senza i provvedimenti del governo. Non c’è nessuna concessione alla platea nell’intervento di Mario Monti al Forum di Confcommercio: né a quella imprenditoriale, che forse si attendeva qualche rassicurazione sul paventato aumento dell’Iva, né a quella politica, anche se il premier ribadisce la propria gratitudine ai partiti che sostengono l'esecutivo. C’è invece, in un discorso che lo stesso autore definisce programmaticamente «strano», la consapevolezza che l’emergenza non è certo finita, e un po’ di preoccupazione per il comportamento della Spagna, che a differenza dell’Italia «non ha prestato abbastanza attenzione ai conti pubblici»; la preoccupazione riguarda anche l’effetto che ne potrebbe derivare per il nostro Paese in termini di contagio sui mercati. Madrid però non gradisce e con una nota in serata palazzo Chigi chiude l’incomprensione. Ma c’è soprattutto - nelle parole del premier - la rivendicazione orgogliosa di una scelta: aver posto fine a decenni di concertazione, intesa in senso ampio come abitudine di «dare troppo ascolto alle categorie». «I danni a cui sono stato chiamato a rimediare sarebbero stati meno gravi se in passato non fossero state prese tante decisioni che non tengono presente l’interesse generale» ha sintetizzato il presidente del Consiglio. L’applicazione di questa ricostruzione storica al presente è immediata. La formula del «salvo intese» con cui è stato approvata la riforma del mercato del lavoro significa che le intese necessarie per arrivare ad un testo definitivo saranno «con i membri del governo e con il capo dello Stato». Non insomma i sindacati o le altre parti sociali. «Nessuno si illuda che forze esterne possano modificare il testo» è il messaggio in vista dei prossimi giorni, in cui il disegno di legge sarà messo a punto, e poi dell’avvio della discussione parlamentare.
Con la procedura scelta «la costituzione materiale è stata riportata più vicino a quella reale». Ovvero «c’è stata vera consultazione, ma poi il governo si è presa l’intera responsabilità». A differenza degli anni del «consociativismo» in cui «si diceva sì a tutti per avere pace sociale e il costo si scaricava sulle spalle inermi dei bambini nati dopo, i giovani che oggi non trovano lavoro». Per Monti il cambio di rotta non equivale a negare il ruolo delle parti sociali: «Senza il cedolino del diritto di veto sono importanti come e più di prima, sono corpi intermedi ma al loro posto». Quanto alle eventuali tensioni all'interno dell’esecutivo, il premier ha voluto ringraziare i ministri perché «su temi così delicati, dopo una discussione approfondita è stata raggiunta una posizione consensuale totale». E questo nonostante i punti di vista iniziali non fossero necessariamente coincidenti. Parole del tutto in linea con quelle pronunciate in precedenza da Corrado Passera, che aveva negato divisioni nella riunione di venerdì parlando anzi di «grande condivisione». Tutto dovrebbe essere tranquillo anche sotto il profilo della copertura finanziaria necessaria alla riforma, stando alle assicurazioni del viceministro dell'Economia Grilli: «Ci siamo ben posti il problema dei costi e i nostri calcoli li abbiamo fatti» ha risposto a chi lo sollecitava in materia.
Il prossimo capitolo da affrontare, anche se quello del lavoro non è certo chiuso, è naturalmente la crescita. Ora, ragiona o auspica il premier, ci sarà un po' più di respiro per «mettersi all'opera» in questa direzione. Qualcosa però - rivendica - già è stato realizzato, anche se il governo non ha certo potuto ridurre le tasse ed anzi le ha aumentate «non potendo fare diversamente». Con le riunioni del Cipe, organismo che «è diventato con Passera, Barca e gli altri ministri competenti una macchina per decisioni e finanziamenti». Ma anche con l'azione per la riduzione dei tassi di interesse, che ha fatto risparmiare lo Stato. E almeno in una certa misura ha fatto risparmiare le stesse imprese, sebbene su questo punto specifico Monti si sia detto d'accordo con chi chiede «un po' di moral suasion verso le banche».
D'altra parte la vicenda spagnola, e la sua recrudescenza di questi giorni, per il presidente del Consiglio dimostrano che fare riforme del lavoro perdendo d'occhio l'esigenza del risanamento porta a rischi molto gravi. Se i tassi di interesse riprendessero decisamente a salire, anche il nostro Paese sarebbe in qualche modo coinvolto, pur senza responsabilità dirette.
In ogni caso per l'Italia la fuoriuscita dalla crisi richiederà ancora tempo. Monti lo sottolinea più volte: «Non illudiamoci, non è possibile farcela in un periodo breve». A scanso di equivoci, precisa che questo discorso non è una «richiesta di prolungamento» del proprio incarico, ma una specie di avvertimento «a beneficio di chi verrà dopo». La raccomandazione è di «tenere basse le aspettative».