PESCARA. Silvio Paolucci dice: «Il presidente Gianni Chiodi non può permettersi di rinviare neppure di un giorno il suo dovere di chiarire il ruolo del suo studio professionale nel crac Di Pietro». Gli risponde Fabrizio Di Stefano: «Ritengo di pessimo gusto l’iniziativa». Il Crac Di Pietro continua a far discutere e a dividere la politica abruzzese.
A rinfocolare la discussione è l’interrogazione che Alfonso Mascitelli, senatore e segretario regionale dell’Italia dei valori, ha presentato al presidente del Consiglio, Mario Monti e al ministro della Giustizia, Paola Severino. Il senatore dell’Idv chiede al governo di fare chiarezza sulla posizione del presidente della Regione, Gianni Chiodi, nella vicenda giudiziaria che sta interessando lo studio commerciale di Teramo di cui è socio al 50 per cento con Carmine Tancredi.
«Quello che sta emergendo è inquietante e va al più presto approfondito», dice Silvio Paolucci, segretario regionale del Pd. «gli abruzzesi non possono essere governati nel dubbio che l’attività professionale privata del presidente commissario abbia a che fare una gestione non trasparente di enormi somme. Chiodi dunque chiarisca. La vicenda si sta facendo più complessa», aggiunge Paolucci. «Emergerebbe dalla rogatoria che 1,2 milioni di euro non sarebbero fondi di Di Pietro: è da chiarire di chi sono e le indagini chiariranno ogni aspetto, ma Chiodi non può evitare il confronto e rifiutarsi di spiegare. Chiodi è il presidente con i poteri più forti della storia d’Abruzzo, è il commissario scelto dal governo per gestire i due settori vitali della vita pubblica abruzzese e cioè sanità e ricostruzione, è la massima rappresentanza istituzionale del territorio: dica come sono andate le cose, quale è il coinvolgimento del suo studio, e se non vuole spiegarlo a noi, lo faccia per rispetto degli abruzzesi che lo hanno votato». In assenza di un chiarimento, secondo Paolucci, «si creerebbe in Abruzzo un serio problema di compatibilità politica».
Fabrizio Di Stefano, senatore e vice coordinatore regionale del Pdl, il partito di Chiodi, accusa la sinistra di speculazione politica. «Ritengo di pessimo gusto l’iniziativa», dice il parlamentare di Tollo, «perché forse soprattutto in questo periodo non si riesce a capire più qual è il confine della poltica e dell’iniziativa politica in merito a vicende che esulano dalla politica. È questo il grande problema dell’Italia oggi. Chiodi è un professionista e come tale risponde della sua attività professionale in maniera differente dall’azione politica. Andare a interrogare il governo su come Chiodi gestisce la sanità o la ricostruzione è consono all’azione politica di un parlamentare. Andare a chiedere di vicende che tra l’altro non mi risulta riguardino il presidente Chiodi in quanto coinvolto dalle autorità giudiziarie, penso sia una caduta di stile». In difesa di Chiodi parla anche Riccardo Chiavaroli, consigliere regionale del Pdl e portavoce del gruppo: «L’attività ispettiva dei parlamentari è una cosa seria, piegarla alla propaganda non fa onore a Mascitelli e al Parlamento. Nel merito, nemmeno Vishinsky, avrebbe potuto fare meglio: Mascitelli accosta fraudolentemente una vicenda giudiziaria in corso al nome di Chiodi che invece ne è estraneo, così da fare intendere invece che vi sia una connessione».
A sinistra, invece, insiste sulla necessità di un chiarimento Gianni Melilla. «E’ necessario che sulla massima istituzione della regione non vi sia alcuna ombra. Chiodi deve chiarire», dice il segretario regionale di Sel. Il consiglio a diradare ogni ombra arriva anche da chi, come Enrico Di Giuseppantonio, si dice «convintissimo dell’assoluta onestà di Chiodi». «Chiarire», conclude il presidente Udc della Provincia di Chieti, «è la migliore soluzione al clamore politico che su questa vicenda si è creato e che, in caso contrario, continuerà a crearsi».