ROMA Una fotografia che nell’insieme non è molto diversa da quella degli anni precedenti, ma con alcuni piccoli dettagli da osservare con attenzione: il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha reso noto i dati e le analisi relative alle dichiarazioni dei redditi dell’anno fiscale 2010, ossia quelle compilate dai contribuenti lo scorso anno.
Ne esce confermato un quadro in cui poco meno della metà degli italiani (il 48,8 per cento) dichiara meno di 15 mila euro, percentuale sostanzialmente uguale a quella del 2009 (era il 49,1): sono poco più di 20 milioni di persone su 41,5 milioni di contribuenti totali un gruppo all’interno del quale sono contenute situazioni anche molto diverse, comprese quelle che confinano con l’evasione. Costante a quota 10,6 milioni è anche il numero degli italiani che a causa del basso reddito o dell’utilizzo di deduzioni e detrazioni non devono versare alcuna imposta.
In un anno di ripresa economica (nel 2010 il Pil ha avuto un incremento dell’1,8 per cento) anche le dichiarazioni hanno mostrato qualche segnale di miglioramento. In particolare le Finanze mettono l’accento sulla contrazione numerica delle fasce di reddito più basse, da 5.000 a 20.000 euro, e l’aumento dei soggetti che si trovano al di sopra di questa soglia. È però aumentata pur se in misura meno sensibile anche la classe di coloro che si trovano al di sotto dei 5.000.
Il reddito medio dichiarato è cresciuto a 19.250 euro, dai 19.030 dello scorso anno (+1,2 per cento). Se questo è il dato generale, l’analisi per tipo di reddito individua nei lavoratori autonomi la categoria più ricca con 41.320 euro l’anno, seguiti dai dipendenti con 19.810, quindi dagli imprenditori con 18.170, da coloro che hanno un reddito da partecipazione con 16.500 euro e infine dai pensionati con 14.980. Come parte alta della tabella relativa alla distribuzione dei redditi evidenzia una progressiva rarefazione: poco meno dell’1 per cento dei contribuenti dichiara più di 100 mila euro e solo lo 0,07 più di 300 mila.
Se è cresciuto il reddito medio è cresciuta in proporzione anche maggiore l’imposta netta versata passata da 4.720 euro a 4.840. L’incidenza percentuale del prelievo, sempre in termini medi, è passata dal 24,8 al 25,1 per cento.
Non solo pensionati e giovani anche evasori tra i «senzatasse». Sono 10,6 milioni i cittadini esentati dal versamento dell’Irpef
ROMA Un mondo popolato di pensionati al minimo, lavoratori dipendenti, parasubordinati, artigiani e giovani con partita Iva che si arrangiano coi lavoretti. Più un bel po’ di furbetti, immancabili evasori purtroppo, che nascondono quel tanto che basta di fatturato da risultare indigenti. E per godere così a sbafo delle prestazioni sociali. Eccoli qui, i 10,6 milioni di italiani che, secondo i dati delle Finanze, hanno imposta netta pari a zero. E sono lo specchio di tante Italie diverse: quella che fa fatica ad arrivare a fine mese, quella che per scelta o per necessità è al di fuori del mondo del lavoro o quella che ha appena a muovervi i primi passi.
Il dato è comunque piuttosto costante. Da dieci anni, la quota di contribuenti che non pagano l'Irpef è rimasta sostanzialmente invariata. Migliaio in più o in meno dal 2001. E si tratta di persone a basso reddito comprese nelle soglie di esenzione o la cui imposta lorda si annulla con le numerose deduzioni e detrazioni del fisco.
Nel complesso sono centinaia. Ma solo una ventina di queste agevolazioni consentono davvero di abbattere il reddito per evitare di pagare le tasse. Spese per familiari a carico, in particolare. La maggior parte degli esentati dell’imposta sono pensionati. Circa 4 milioni rispetto ai 16 che in Italia percepiscono un assegno. Ma la cosiddetta no tax area riguarda anche 3,7 milioni di dipendenti e 3 milioni di autonomi.
La restante quota è fatta di lavoratori autonomi e di persone che hanno una piccola rendita. Messi insieme fanno 72 miliardi di reddito imponibile: quattrini sui quali lo Stato rinuncia volontariamente ad imporre le proprie aliquote tagliando il reddito. Ragioni di equità sociale in vigore dal dopoguerra e rese sistematiche nel ’74 con la riforma Visentini. Solo i pensionati valgono circa 40 miliardi di esenzione, in fatto di base imponibile. Sono da sempre la componente più nutrita. E lo resteranno anche dopo la riforma del governo Monti.
Le regole della cosiddetta no tax area sono cambiate nel 2007. Fino ad allora, c’era un tetto di 7,5-8mila euro sotto il quale l’Irpef non era dovuta. Con la riforma di 5 anni fa che ha rimodulato aliquote e scaglioni e trasformato le deduzioni dal reddito in detrazioni per lavoro dipendente, autonomo e da pensione è stato introdotto un sistema in grado di assicurare la progressività del prelievo sulle persone fisiche. Rendendo il meccanismo più fluido.
In linea generale, l’Irpef non è dovuta dai pensionati il cui reddito complessivo è composto da redditi di pensione fino a 7.500 euro (se goduti per l'intero anno), redditi di terreni per un importo non superiore a 185,92 euro o titolari di una rendita catastale dell'unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze. La soglia di esenzione di fatto è un po’ più alta per i lavoratori dipendenti, intorno agli 8.000 euro e invece più bassa per un lavoratore autonomo, che inizia a versare qualcosa al di sopra dei 4.800 euro.
Superati questi limiti, l’effetto delle detrazioni si riduce, anche se fino ai 55 mila euro circa (per lavoratori dipendenti e pensionati) garantiscono ancora un vantaggio pur se decrescente rispetto all’imposta dovuta da contribuenti con redditi non da lavoro.
Ma l’azzeramento dell’Irpef netta può derivare anche dalla situazione familiare. Anche per figli e coniugi a carico sono riconosciute detrazioni decrescenti in base al reddito: una famiglia con un solo stipendio, un coniuge che non lavora e due figli non versa imposta fino ad un reddito di 14.800 euro annui.