Il via libera alla fusione italo-spagnola fra Autostrade e Abertis dovrebbe ormai essere questione di ore. E' attesa infatti per oggi l'approvazione del progetto da parte dei rispettivi consigli di amministrazione. L'annuncio ufficiale potrebbe arrivare già lunedì, con una conferenza stampa a Roma. Ma sull'operazione, valutata 25 miliardi di euro, ieri è piovuto il «no» di Enrico Letta, il responsabile economico della Margherita che è fra gli esponenti politici più vicini a Romano Prodi. «Mi auguro che gli azionisti di Autostrade ci ripensino - ha tagliato corto -. Questa fusione non sembra infatti finalizzata ad accrescere i necessari investimenti infrastrutturali nel nostro Paese». Qualche cautela l'ha mostrata anche il ministro spagnolo dell'Industria, José Montilla, che ieri ha sottolineato «le possibili positive sinergie fra i due gruppi», ma, quasi a chiamare fuori dalla partita il governo di Madrid, ha aggiunto che l'esecutivo «deve essere rispettoso» dei colloqui in corso fra le aziende. «Parlarne ora sarebbe prematuro», ha osservato. Qualche incertezza, nel mondo politico italiano, sembra poi provenire dal centrodestra. Mentre il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi parla di «un buon matrimonio», purché Autostrade «non dimentichi gli investimenti in Italia», il suo collega di partito Maurizio Lupi, responsabile infrastrutture per Forza Italia, ammette la sua «preoccupazione per le ripercussioni sugli investimenti nella rete autostradale nazionale». Ancor più preoccupati appaiono i sindacati. Da Cgil, Cisl e Uil viene la richiesta di «chiarimento» su quali saranno gli assetti azionari del nuovo gruppo. Perché, come sottolinea il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, «bisogna proteggere gli investimenti in infrastrutture di cui l'Italia ha bisogno, anche quelli promessi e mai fatti». Altra fonte di dubbi sindacali: i pedaggi «troppo elevati», che vanno «riportati sotto controllo».
Quella che i vertici delle due holding stanno mettendo a punto in queste ore insieme ai rispettivi advisor (Lazard, Mediobanca, Merrill Lynch e Ubm) è una fusione, destinata a essere completata entro l'autunno, da cui nasce il primo gruppo europeo del settore. Con attività, non solo autostradali ma anche in aeroporti e telecomunicazioni, per un valore complessivo di 45 miliardi di euro. Un colosso, risultato dell'unione fra due holding con capitalizzazione molto simile, che punta ad avere una governance «paritetica». Autostrade (controllata con il 52,15% da Schema 28 della famiglia Benetton) verrà incorporata in Abertis (che ha come soci forti Caixa, terzo gruppo finanziario spagnolo, e Acs, primo gruppo iberico di costruzioni) dando vita a un gigante industriale di cui proprio Schema 28 sarà il primo azionista, con il 23%, seguito da Acs con il 14% e Caixa con il 13%, tutti e tre legati da un patto che prevede il diritto di prelazione sui titoli.
Il quartier generale di Autostrade-Abertis (che alla fine dell'operazione distribuirà un dividendo straordinario di 3,7 euro) dovrebbe essere a Barcellona, base della holding spagnola, mentre il maggiore centro «tecnologico» sarà a Firenze. Uno schema «paritetico» verrà adottato per i vertici, con due presidenti (quello attuale di Autostrade, Gian Maria Gros Pietro, e quello di Abertis, Isidre 'Faine) e due vicepresidenti. Il ruolo di amministratore delegato verrà svolto a rotazione. Il primo, per bilanciare il maggior peso di Schema 28 nell'azionariato, dovrebbe essere l'attuale manager della holding iberica, Salvador Alemani y Mas.
Ma sensibili cambiamenti, con l'obiettivo di mantenere un equilibrio fra italiani e spagnoli, riguarderanno lo stesso azionariato di Schema 28: rimarrà al 60% Edizione Holding dei Benetton, al 13,3% la Fondazione Crt e al 6,7% Unicredit, mentre Generali (ora al 6,7%) e Mediobanca dovrebbero crescere attraverso la cessione delle quote di Abertis, che adesso detiene il 13,3% di Schema 28.