ROMA - Le parole del presidente Giorgio Napolitano sulla presentazione, «da qui a qualche giorno», del ddl sulla riforma del mercato del lavoro, sembrano proiettare una luce positiva sull’aspro scontro tra i partiti, probabilmente decisi, ciascuno per la propria parte, a fare un passo indietro. Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, ad aprire ad alcune richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata», alleggerendo «un certo carico burocratico», ma nello stesso tempo chiede con forza di prevedere, per l’articolo 18, il reintegro del lavoratore, secondo il modello tedesco. Angelino Alfano, segretario Pdl, riconosce che «fare la riforma insieme, è meglio che farla separati». Un invito a fare presto arriva dal leader Udc, Pier Ferdinando Casini: non si può «tenere aperta la pratica dell’articolo 18 per i prossimi mesi di campagna elettorale».
Mario Monti è rientrato nella notte dal tour in Estremo Oriente e questa mattina, alle 9,30, presiederà un Consiglio dei ministri dove all’ordine del giorno figurano alcune leggi regionali. Ma in serata il premier potrebbe salire al Colle. Nella riunione del Cdm non è in agenda alcuna discussione sul mercato del lavoro, considerato che il via libera è arrivato il 23 marzo scorso «salvo intese». Ma questo fatto non esclude che l’argomento possa venire di nuovo esaminato per cercare di affrontare e stemperare gli aspetti più contrastati, prima di scrivere il vero articolato di legge.
Da Amman, dove è in visita ufficiale, il presidente Napolitano, chiarisce che questa sera, quando farà ritorno al Quirinale, potrebbe appunto ricevere Monti. Tuttavia, ancora non c’è certezza. Perché, ha detto Napolitano, «vedrò lo stato dell’arte» del disegno di legge. «Il presidente del Consiglio doveva esaminare il progetto preparato dal ministro Fornero e da altri membri del governo e vedrà se è pronto per sottoporlo alla mia firma». Comunque, la sua firma «è soltanto di autorizzazione alla presentazione al Parlamento», in quanto «non è un decreto legge». In ogni caso, avverte, che la riforma del lavoro, secondo il governo, aiuterà la crescita del Paese. «A chi dice, non occupatevi del mercato del lavoro, occupatevi della crescita perché c’è la disoccupazione, il governo risponde: io mi occupo della crescita e voglio aprire nuove prospettive per l’occupazione, ritenendo che l’ostacolo sia rappresentato da una situazione non soddisfacente, molto farraginosa, che si è venuta a creare nel mercato del lavoro». Insomma, tutto viene fatto «nella convinzione che ciò possa agevolare la crescita degli investimenti in Italia». E indica, ad esempio, la vertenza Alcoa. «Con l’articolo 18 vigente, non toccato ancora, ed in attesa di riforma, se l’Alcoa avesse chiuso ci sarebbe stata una grossa fetta di licenziamenti immediatamente esecutivi». Ma una conditio sine qua non per aprire reali «prospettive di sviluppo», avverte, dev’essere la riduzione del «debito pubblico».
I partiti che sostengono la maggioranza sembrano avere stretto un patto sul quale grava, al momento, l’assenza di un ok di Monti. Bersani «crede» che si potrebbe trovare un accordo prima delle amministrative di maggio. «Non possiamo stare mesi e mesi solo attorno ai temi delle regole, pure importanti. Bisogna occuparsi di come dare un po’ di lavoro». Per l’articolo 18, sottolinea l’importanza di prevedere il reintegro del lavoratore secondo il modello tedesco, «ma non per lasciare le cose come stanno: non voglio piantare bandierine, cerco una soluzione equilibrata». E ricorda la posizione della Chiesa. «Avete visto le cose che ha detto il cardinale Bagnasco? Mica sarà anche lui al seguito della Cgil...». In sostanza, per il leader Pd, bisogna affidare al giudice la possibilità di scegliere soltanto nei casi di licenziamento non giustificato da motivazioni economiche, tra due opzioni: il reintegro o l’indennizzo. «Se ci fosse solo il reintegro, capirei, ma io immagino altro». Aggiunge che nel Pdl «ci stanno riflettendo perché il problema esiste e non tocca solo le tute blu». Alfano ha lanciato un segno di disgelo verso Bersani: meglio farla insieme, questa riforma. Tuttavia, si è mostrato «preoccupato» se l’agenda viene dettata dal «sindacato e non dal governo, che ha come bussola il bene del Paese». Risposta di Bersani: «Non rispondo neanche più a queste cose. Noi siamo un partito più grande di quello di Alfano e ragioniamo con la nostra testa, naturalmente ascoltando i lavoratori».
Cazzola: ragionare sul sistema tedesco
ROMA «Se fossi relatore del provvedimento non avrei alcun dubbio nel proporre ai colleghi del Pd una soluzione tedesca anche per i licenziamenti per motivi economici. Non mi pare che nella proposta arzigogolata del governo ci sia un maggior tasso di riformismo». Non usa giri di parole Giuliano Cazzola, Pdl, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera nel fare aperture sull’articolo 18.
Ma come? L’abolizione del 18 era una bandiera del centro destra. E ora...
«Ma che cosa crede che farà un giudice un minuto dopo aver sentenziato che non sussistono i motivi del licenziamento oggettivo? Si limiterà a stabilire l'indennizzo (che può arrivare a 27 mensilità, se la vede un'aziendina a pagare una somma così elevata?) o andrà alla ricerca di quelli che per lui sono i motivi veri? Sono pronto a scommettere che una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterà in quelli discriminatori. I giudici del lavoro saranno bravissimi ad aggirare l'ostacolo. Per loro sarà quasi una sfida».
Avete in mente altre modifiche?
«Entrando nell'articolo 18 magari sarà il caso di riesaminare qualche altro aspetto riguardante i licenziamenti disciplinari dove la scelta del giudice è molto vincolata. Ma non sarà difficile trovare soluzioni».
Il resto della riforma vi va bene?
«Non ci stiamo ad isolare la questione dell'articolo 18 come se tutto il resto andasse bene. Per questi motivi ho apprezzato l'apertura di Bersani sulla cosiddetta flessibilità in entrata. Così come è affrontata nelle linee guida è per noi irricevibile. Ma non è una questione di parte. Non ha senso trattare tutti i rapporti flessibili, ognuno dei quali ha un preciso profilo giuridico corredato da un'ampia giurisprudenza, sottoponendoli ad una presunzione di illiceità, salvo prova contraria a carico dei committenti. Il governo si è fatto prendere la mano da quella che io chiamo la «mistica del precariato», dimenticando il contributo alla crescita dell'occupazione che le leggi Treu e Biagi hanno dato dal 1997 al 2007. Non è la precarietà la questione più grave del Paese; è la disoccupazione, soprattutto giovanile»..