ROMA - Il testo sulla riforma del lavoro è pronto. Il premier se l’è ritrovato sulla sua scrivania già ieri notte, appena rientrato dal viaggio in Asia. E naturalmente tra i circa settanta articoli che lo compongono c’è anche la parte relativa alla modifica dell’articolo 18. Resta la distinzione tra i tre tipi di licenziamenti e le relative sanzioni: discriminatorio, disciplinare e per motivazioni economiche. Con tanto di norma anti-abusi nel terzo caso e di procedura di conciliazione obbligatoria davanti agli uffici provinciali del lavoro da esperire perentoriamente entro sette giorni dalla lettera di licenziamento. Confermato anche un rito processuale con tempi più veloci e snelli, in modo da arrivare a una sentenza entro sei mesi, massimo un anno.
Il pomo della discordia, ovvero il solo indennizzo nei licenziamenti per motivi economici, resta intatto: il ministro del Welfare, Elsa Fornero, non avrebbe cambiato idea. Ma non è escluso che - per venire incontro alle richieste del Pd e dei sindacati - il premier si ritrovi sul tavolo anche una seconda opzione già pronta, più vicina all’ormai famoso modello tedesco. Di modo che, se lo riterrà opportuno, potrà cambiare all’ultimo momento, prima di inviare il testo in Parlamento.
In base a questa seconda opzione già nell’articolato di legge verrebbero previsti criteri certi e parametri obiettivi che delimitino i motivi economici, tali da fornire al giudice elementi certi per verificare nel modo più oggettivo possibile la sussistenza delle ragioni economiche per il licenziamento individuale. Nei casi di palese e grave insussistenza di tali motivi il giudice potrebbe anche optare per il reintegro. Se le ragioni economiche ci sono, ma non sono tali da giustificare un licenziamento - perché ad esempio il lavoratore può svolgere altre mansioni - ci sarebbe solo l’indennizzo. Se il licenziamento è lecito, ovviamente, al lavoratore non spetta nulla. Questa formulazione, al di là del testo licenziato dal governo, potrebbe comunque essere introdotta durante l’iter parlamentare.
Altro punto da chiarire è a chi spetta l’onere della prova nel caso di licenziamento per motivi economici dissimulato, ovvero nasconde ragioni discriminatorie. Un esempio: l’azienda licenzia un lavoratore di 63 anni adducendo motivazioni economiche, ma in realtà lo fa perché è anziano e perché vuole sostituirlo con uno più giovane. In base alla norma anti-abusi la sanzione è il reintegro. Ma chi deve dimostrare l’abuso? Per il governo chi fa il ricorso, quindi il lavoratore. I sindacati non sono d’accordo. Anche questo nodo dovrebbe essere risolto in Parlamento.
L’articolato della riforma, non sarà esaminato nella riunione del consiglio dei ministri di oggi, perché il via libera c’è già stato. Mario Monti lo studierà, deciderà e poi, dopo il passaggio al Quirinale, lo invierà alle Camere.
Squinzi: «Non faremo guerre di religione»
ROMA - Non è il momento di fare guerre di religione, nemmeno sull’articolo 18. È Giorgio Squinzi, presidente designato di Confindustria, a fare da pompiere su uno dei principali argomenti al centro delle polemiche e del dibattito politico. «Le guerre di religione, come sull’articolo 18, non mi sembra il momento giusto per farle. Ora c’è bisogno di concordia e di pace sociale. I problemi da risolvere sono tanti e bisogna ritrovare la crescita» afferma.
Squinzi tiene a ribadire che fino al 25 maggio, ovvero fin quando il passaggio di testimone con l’attuale presidente non sarà concluso, non tocca a lui esprimersi sulla posizione ufficiale di Confindustria: «Non ho la competenza per inserirmi in questo discorso». E tra l’altro - rivela - «ho anche la speranziella che tutto venga risolto entro il 24 maggio». In ogni caso, aggiunge, «è vero che nel momento in cui viene a mancare quel rapporto di fiducia con un dipendente, penso che ci debba essere la possibilità di arrivare a una risoluzione del rapporto. Questo è sottinteso e avviene così in tutto il mondo».
Che la posizione di Squinzi per ora sia solo a livello personale, anche se di buon aupsicio per le relazioni industriali che verranno, lo confermano le parole dell’attuale presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che non coambiano di una virgola rispetto a quanto già detto ina ltre occasioni: se saltano le modifiche all’articolo 18, salta l’equilibrio complessivo della riforma e quindi «deve esserci una nuova proposta completamente diversa». Altrimenti «piuttosto che una cattiva riforma del mercato del lavoro è meglio non farla o farla in un altro momento».
Stesso discorso in casa Cgil. Anche qui la posizione resta granitica e immutabile: anche per i licenziamenti con motivazione economiche ci deve essere il reintegro. E non va bene nemmeno la norma anti-abusi così come finora illustrata dal governo: l’onere della prova (sul fatto che in realtà si tratti di licenziamento discriminatorio) non può essere a carico del lavoratore. «La discriminazione è una cosa quasi indimostrabile» dice Susanna Camusso, che accusa il governo di volere «fare il primo della classe in Europa» e ribadisce: se non si cambia «faremo sciopero». Non manca una stoccata al Capo dello Stato: «Il presidente ha ragione per definizione ma io penso che cambiare le regole del mercato del lavoro di per sè non determina la crescita».
A chiedere modifiche a questo punto è anche la Cisl. Il leader Raffaele Bonanni spiega che non è necessario «stravolgere l’impianto e l’equilibrio della riforma»: per accontentare tutti basterebbe introdurre «maggiori garanzie in caso di licenziamenti fraudolenti e senza reali motivazioni di natura economica». La soluzione, per il leader Cisl, è semplice: «Il modello tedesco secco», quello che affida al giudice la discrezionalitù tra reintegro e indennizzo in tutti i casi di licenziamenti illegittimi. Bonanni è convinto: si trata di un compromesso che andrà bene anche alla Confindustria, «Emma Marcegaglia non avrebbe niente di meno rispetto ai suoi colleghi tedeschi».