ROMA Sono dati allarmanti quelli diffusi ieri dall’Istat. A febbraio il tasso di disoccupazione è salito al 9,3%. Lo 0,2% in più in un mese, e l’1,2% in più rispetto ad un anno prima. E’ il tasso più alto da gennaio del 2004 (quando l’Istat ha avviato le rilevazioni mensili). I record negativi di febbraio non si fermano qui. In un mese gli occupati sono diminuiti dello 0,1%. Il calo, 29 mila persone in meno al lavoro, riguarda solo le donne. Numeri che, commenta l’Istat testimoniano «un quadro preoccupante d’inizio 2012».
Già l’ultimo trimestre dell’anno scorso era stato molto pesante, di pari passo con l’entrata dell’Italia in recessione. Il consuntivo dell’anno è un tasso di disoccupazione dell’8,4%, invariato rispetto al 2010. Ma negli ultimi tre mesi la situazione era notevolmente peggiorata fino al 9,6%, valore mai toccato della fine del 1999. A farne le spese sono state come sempre le frange più deboli di lavoratori. I giovani (15-24 anni), e soprattutto le giovani donne del Mezzogiorno, disoccupate per il 49,2%, quasi una su due. A febbraio dal mercato del lavoro sono uscite 44 mila donne. A febbraio del 2011 la disoccupazione giovanile era sempre altissima, ma non arrivava al 30%.
L’innalzamento dell’età pensionabile e l’invecchiamento della popolazione, associati alle maggiori tutele dei lavoratori a tempo indeterminato e alla fragilità del lavoro precario, che è il primo a fare le spese della recessione, stanno creando questa situazione: a fronte di un lieve aumento dell’occupazione dai 55 anni in su, si registra un vero e proprio crollo di quella più giovane, fino ai 34 anni. Da fine anno queste tendenza è andata aumentando.
Rispetto ad un anno fa a febbraio in Italia c’era il 16,6% di disoccupati in più, 335 mila persone che hanno perso il lavoro o che lo hanno cercato senza alcun risultato. Un quadro in forte peggioramento, che però non riguarda solo l’Italia. E ciò rende il quadro ancora più allarmante perché conferma che a trainare l’economia del Vecchio Continente è rimasta solo la Germania. Secondo i dati Eurostat i senza lavoro nell’area euro hanno raggiunto la cifra record di 17 milioni, 162 milioni in più di gennaio. E il tasso di disoccupazione è salito dal 10,7 al 10,8%. Guardando invece tutta l’Unione europea a diciassette paesi la disoccupazione è aumentata al 10,2% dal 10,1% di gennaio, 24 milioni 500 mila disoccupati. Tra i paesi che hanno adottato l’euro la Spagna è quello che ha la disoccupazione più alta (23,6%), seguita dalla Grecia (21%), Irlanda (14,7% e Portogallo al 15%. Con il suo 9,3% l’Italia è quindi sotto la media.
E’ un quadro che non può non preoccupare la Commissione Ue, che da mesi chiede ai governi di mettere le riforme per la crescita al centro delle riunioni Ecofin e dei Consigli europei. «Il portavoce del Commissario agli Affari economici e monetari, Olli Rehn ha ricordato che il 10,8% di febbraio è il livello di disoccupazione più alto nella zona euro da giugno del 1997, quando la moneta unica non c’era ancora. «Siamo di fronte a una doppia sfida: una è consolidare i conti pubblici, l’altra è realizzare le riforme strutturali per aumentare il potenziale di crescita delle nostre economie e creare nuova e migliore occupazione». Secondo Rehn questo tasso di disoccupazione così elevato «non riflette solo la crisi attuale, ma anche gli effetti di strozzature alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. Per questo è importante realizzare le riforme strutturali nei paesi in cui il potenziale di crescita è più basso e in cui non vediamo la creazione di nuova occupazione».
In Italia il governo Monti di riforme ne sta facendo molte. Compresa quella sul mercato del lavoro di cui si sta discutendo. I numeri sulla disoccupazione di febbraio sono un motivo in più di allarme per chi, sindacati e politici, nutrono verso la riforma parecchie riserve. «Cambiare le regole non determina crescita e occupazione», dice Susanna Camusso. Per la Cisl la riforma del lavoro «che coniuga il sostegno alla nuova occupazione con tutele sociali peri l lavoratori va approvata, ma con i necessari miglioramenti». La Uil dice che se «non si pone un argine alla flessibilità cattiva non si creerà mai occupazione». Chiarissimo l’Idv:«i numeri dell’Istat sono il macigno definitivo sul tentativo di manomettere l’articolo 18». Emma Marcegaglia afferma che i dati sulla disoccupazione sono lo specchio della recessione che quest’anno raggiungerà l’1,6%. E suggerisce di lavorare per «superare il passaggio difficile tra scuola, università e lavoro».