Il tesoriere indagato si dimette: rimborsi elettorali spesi per cene e viaggi
MILANO I soldi erano per il clan di Gemonio. Cene, viaggi e alberghi per allietare i figli del capo, il suo entourage e la senatrice Rosy Mauro. «I costi della famiglia», vengono definiti nell’informativa dei carabinieri del Noe, «intendendosi per tali gli esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord». In contanti, assegni circolari o attraverso contratti simulati. Secondo gli inquirenti, una parte dei soldi sarebbe stata utilizzata anche per le esigenze della moglie del capo, Manuela Marrone.
Peccato che il denaro prelevato disinvoltamente dal tesoriere della Lega Francesco Belsito dalle casse del partito fosse il frutto dei rimborsi elettorali ottenuti truccando i bilanci, sostengono gli inquirenti, e ora l’ex sottosegretario alla Semplificazione amministrativa è indagato da tre procure. Lui dapprima si difende: «Le accuse dovranno essere provate». Poi in serata, al termine di una giornata ad alta tensione nella sede di via Bellerio, si dimette da tesoriere. Per la Lega è una brutta tegola che arriva proprio il giorno della chiusura delle liste per le amministrative, per Belsito un vero e proprio macigno. Appropriazione indebita, truffa aggravata ai danni dello Stato e riciclaggio le ipotesi di reato a suo carico su cui lavorano i magistrati di Milano, Napoli e Reggio Calabria, che ieri hanno passato al setaccio gli ambienti leghisti: documenti e file scaricati dai computer sono stati acquisiti negli uffici di via Bellerio e nella sede del Sin.Pa., il sindacato padano del quale è segretario nazionale Rosy Mauro. Sono state perquisite le abitazioni di Daniela Cantamessa, una delle segretarie di Bossi, di Nadia Dagrada, dirigente amministrativa del Carroccio e responsabile dell’ufficio gadget, e di altri esponenti del movimento come Helga Giordano e Sabrina Dujany. Già ieri mattina assistenti e collaboratori del Senatur sono stati convocati nell’ufficio del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, che coordina l’inchiesta sulla distrazione di soldi pubblici da parte di Belsito. Come si legge nel decreto di perquisizione, sussistono «elementi inequivocabili circa il fatto che la gestione della tesoreria del partito politico Lega Nord è avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004 e comunque, per ciò che riguarda Belsito, fin da quando questi ha cominciato a ricoprire l’incarico di tesoriere». L’ex sottosegretario «ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato e ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero». Perciò il rendiconto della Lega non rispecchia la reale situazione di bilancio, puntualizza il decreto, «posto che non dà conto della reale natura delle uscite nè della gestione ”in nero” di parte delle risorse affluite alla cassa del partito». Al vaglio dei magistrati di Milano ci sono dunque i presunti falsi rendiconti che hanno tratto in inganno i presidenti di Camera e Senato e che solo nel 2011 hanno fatto incassare alla Lega 18 milioni, ma anche due operazioni sospette effettuate da Belsito: la prima del valore di 95 mila euro «con la giustificazione fornita alla banca segnalante di ”alimentare la cassa del partito”», la seconda da 6 milioni per investimenti a Cipro e in Tanzania. Operazioni, queste, avvenute per gli inquirenti con la complicità dei due imprenditori Stefano Bonet (già in affari con l’ex ministro Aldo Brancher) e Paolo Scala, entrambi indagati. E proprio Bonet è anche complice di Belsito nella vicenda, parallela rispetto a quella su via vai dei finanziamenti pubblici alla Lega, che riguarda la Siram, multinazionale che si occupa di energie rinnovabili e servizi ambientali. Dai primi accertamenti, tra il 2010 e l’anno scorso, i due avrebbero architettato una maxi truffa che grazie a un giro di fatture false avrebbe consentito alla società di usufruire in modo indebito di un credito di imposta pari al 40 per cento dei costi sostenuti per l’attività di ricerca e sviluppo. E Belsito in questo caso si sarebbe speso come «procacciatore d’affari» in virtù delle sue relazioni politiche.