ROMA - Sarà perché faceva l’autista ad Alfredo Biondi, antico liberale ed ex ministro di Forza Italia, di fatto Francesco Belsito ha un debole per le macchine. Chiacchierato per le due lauree fantasma prese all’estero, una a Malta e una Londra, lo è ancora di più, fino a diventare una sorta di anti-eroe cittadino, a Genova, dove è nato nel ’71, per la sua Porsche Cayenne parcheggiata nei posti auto riservati alla questura.
E’ un tipo così l’uomo d’oro del Senatur: vaga somiglianza con John Belushi (al netto della chioma) e medesima improbabilità, che è genialmente comica nel caso del grande attore scomparso e ripetutamente truffaldina nel caso di Belsito. Che nella sua carriera, cominciata prima di approdare alla Lega nel 2002, diventare tesoriere nel 2009 e anche sottosegretario di Stato di Calderoli al ministero della Semplificazione legislativa, può vantare assegni spariti o falsificati, fallimenti e liquidazioni di società (la Plastform e la Ser.mac) e amicizie pericolose. S’è inventato per esempio un pasticcio - o forse una gag alla Belushi o meglio alla Totò - che funziona così. Fingere di essersi diplomato come «perito», nel ’93, all’istituto privato di Frattamaggiore, nel napoletano, Pianma Fejevi, specializzata in recupero d’anni per io ripetenti. Peccato però che la preside giura di non averlo mai visto, che i finanzieri di Afragola esaminando il diploma sollevano dubbi sulla fattura dei timbri, la firma del preside non corrisponde e neppure si trova nell’elenco degli esaminandi il nome del futuro tesoriere che maneggia milioni di euro di rimborsi elettorali alla Lega e li maneggia come sappiamo. Tanzania? E’ Belsito il bossiano filo-africano. Investe in Tanzania, a Cipro e in corone norvegesi i soldi pubblici ricevuti dal Carroccio (oltre 22 milioni di euro soltanto nel 2010), facendo insorgere Maroni, ricevendo la copertura personale e politica di Bossi («E’ un buon amministratore») e provocando la rabbia della base leghista riassunta in uno striscione apparso a piazza del Duomo: «La Tanzania non è un Bel Sito».
Non è, come potrebbe apparire, un personaggio pittoresco Belsito. Ha ereditato la gestione della cassa lumbard dal suo conterraneo, Balocchi, tesoriere storico della Lega, e la sua vita è trascorsa in simbiosi con un fiume di soldi, tra aziende di pulizie, di plastiche e di (non è un’ironia) casseforti e sistemi anti-furto. Un cursus honorum punteggiato tra l’altro di accuse per fatture false e per abusi con carta aziendale. Ma l’ha sempre fatta franca. Se non fosse per quella sua passionaccia, di cui si diceva all’inizio, per le auto: un mese di condanna per guida senza patente. Magari, in Tanzania, lo avrebbero amnistiato. E comunque, adesso, la patente ce l’ha di nuovo e può godersi quella Porsche Panamera - assai preziosa quanto la Cayenne che parcheggiava nei posti della polizia - donatagli dall’imprenditore Stefano Bonet, secondo i pm, in cambio di un favore. Berlusconi proprio ieri ha detto che, a causa di scarso smercio, «è a rischio la Porsche Italia». Evidentemente non siamo tutti Belsito.
Manuela, Rosy e quel clan di Gemonio
che ha preso il controllo del movimento
Alla cerimonia presenziarono il figlio di primo letto del Senatùr, Riccardo, e il primo nato dalla relazione con Manuela, Renzo, oggi noto come il Trota.
Lega e famiglia, famiglia e Lega. Che negli anni recenti hanno cominciato a sovrapporsi sempre più sovente, fin quasi a coincidere come accade in quelle dittature personali insieme spaventose e grottesche. In fondo il famigerato «clan di Gemonio», altrimenti detto «cerchio magico», altro non è che l’immagine nitida di questa sovrapposizione: un gruppo che fa capo alla famiglia Bossi e ai pochi privilegiati ammessi al salotto di casa. Insieme decidono, scelgono, fanno e disfano a dispetto dei voleri della militanza e delle regole della democrazia interna.
C’è una data che segna l’inizio del mutamento di rotta del Carroccio da movimento popolare a clan familiare: l’11 marzo 2004, giorno del coccolone di Bossi. «Umberto ha sempre pensato solo al partito, adesso ci vuole qualcuno che pensi alla famiglia» iniziò a dire la moglie. E lo ripete tutt’ora specie quand’è con le amiche ai tavolini del bar Bellevue di Laveno, abituale bivacco notturno del capo leghista dove talvolta marito e moglie arrivano insieme e lì rimangono fino a quando, a una certa ora, lei va a occuparsi delle cose di casa.
Coloro che, in quei primi mesi di malattia, furono ammessi da Manuela Marrone a condividere le pene e le ansie per la sorte del marito formarono il nucleo forte del clan di Gemonio. Rosy Mauro, esuberante pugliese alla famelica ricerca di un posto al sole nella geografia leghista; Marco Reguzzoni, giovane della bassa varesina imparentato con l’amico di famiglia Speroni; l’allora tesoriere Balocchi; Giancarlo Giorgetti, quasi subito estromesso; Roberto Cota, allontanato più recentemente. Belsito ancora non c’era, ma alla morte di Balocchi ne prese il posto.
La missione degli aderenti al clan è stata da subito molto chiara: proteggere non solo Bossi ma l’intera sua famiglia da eventuali tentativi di prendere il controllo del partito. Non è un caso se, ancora vistosamente provato dalla malattia, alla prima intervista post-ictus il leader padano se ne uscì con una frase che pareva nulla più che una boutade senza senso e che invece era una dichiarazione programmatica: disse che Renzo sarebbe stato il suo probabile successore, malgrado avesse 18 anni e fosse alle prese con ripetute bocciature scolastiche.
Oltre alle mire politiche la nuova gestione dell’affare Lega iniziò a manifestarsi in altri modi. Con Bossi ancora convalescente, infatti, davanti al focolare di Gemonio fu deciso che il fratello del capo leghista (titolare di un’autoricambi) venisse nominato portaborse di Speroni a Bruxelles, 12 mila euro al mese; e che il figlio di primo letto, Riccardo, facesse lo stesso per l’altro eurodeputato del Carroccio, Matteo Salvini. Incarichi che sollevarono i primi mugugni nella base, subito soffocati dal pugno di ferro: commissariamenti, minacce di espulsione, censure.
«Chi non è con noi è contro Bossi, chi è contro Bossi è contro la Lega». Il clan familiare ha spesso sbandierato questa minaccia, e ancora la brandisce nei momenti critici. Che non sono solo quelli in cui le decisioni politiche dei vertici non soddisfano il partito, ma anche quelle in cui emergono gli esiti imbarazzanti di una gestione non trasparente del movimento, a cominciare dagli 800 mila euro di soldi pubblici finiti tre anni fa, in seguito a chiassose pressioni leghiste, nelle casse della scuola Bosina fondata da Manuela Marrone vicino a Varese.
E’ stata tuttavia l’elezione in Consiglio Regionale di Renzo, appena ventunenne, a far emergere in modo inequivocabile l’obiettivo del progetto ordito al capezzale di Umberto Bossi nel 2004. Il primogenito della coppia Manuela-Umberto viene imposto nel 2010 all’elettorato bresciano malgrado i malumori diffusi, sospinto verso il seggio al Pirellone grazie all’eliminazione dalla lista di candidati dei leghisti più popolari in zona, lautamente finanziato per una campagna elettorale sopra le righe rispetto agli standard del partito.
Chi sta con la famiglia ha vantaggi immediati. Reguzzoni capogruppo alla Camera nonostante la scarsissima simpatia degli altri deputati nei suoi confronti, Rosy Mauro nominata vice-presidente del Senato, Federico Bricolo capogruppo al Senato, la bresciana Monica Rizzi (grande sponsor del Trota alle regionali) premiata con un assessorato di peso in Lombardia: «Lo ha deciso Bossi, lo ha voluto Bossi, le decisioni di Bossi non si discutono». E nessuno ancora ha ben capito, nel partito, se siano davvero scelte del Senatùr o di qualcun altro.
Francesco Belsito, in questo gruppo, è sempre rimasto nell’ombra. Onnipresente alle riunioni di famiglia davanti al caminetto di Gemonio e, ora si scopre, sempre disposto ad allargare i cordoni della borsa del partito per facilitare le ambizioni di questo o di quello, specie se questo o quello sono i figli del grande capo. Che oggi si chiamano Riccardo e Renzo, i più grandi, che domani si chiameranno Roberto Libertà o Eridanio, ancor giovani ma già molto promettenti.