MILANO Cinquecento mila euro alla famiglia di Umberto Bossi e al sindacato leghista di Rosi Mauro. Denaro che il tesoriere Francesco Belsito ha prelevato senza scrupoli dalle casse della Lega, secondo quanto emerge dall’inchiesta, e che ha consegnato al gruppo di Gemonio per spese personali. Dopo due giorni di interrogatori e perquisizioni, i magistrati cominciano a quantificare le cifre dei falsi bilanci in salsa padana. Rendiconti tra le cui voci Belsito avrebbe camuffato ingenti versamenti di denaro ai parenti del Senatùr e ai suoi fedelissimi: oltre 200 mila euro per scuole, auto e vacanze dei figli, quasi 300 mila euro per il SinPa, il sindacato fondato da Rosy Mauro.
I diretti interessati negano. «Sono sereno, non ho mai preso soldi dalla Lega, né in campagna elettorale e neppure adesso da consigliere regionale», assicura Renzo Bossi appena entra nella sala consiliare del Pirellone. «Come tutti i miei colleghi verso una percentuale al movimento e come tutte le persone mi pago le spese della macchina e vivo in affitto», spiega. Lo stesso vale per il fratello maggiore Riccardo: «Io personalmente di soldi da Belsito non ne ho mai ricevuti. Complotto della magistratura? Sì, questo è certo». Belsito, accusato di appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, è il personaggio su cui indagano le procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria. L’attenzione dei magistrati si concentra in particolare su alcuni investimenti effettuati da Belsito e sul trasferimento in Tanzania e a Cipro di fondi della Lega per sei milioni di euro nel quale risulta coinvolto un personaggio legato alla ‘ndrangheta, ovvero Romolo Girardelli. Ad aiutare il tesoriere nell’operazione, secondo l’accusa, sono Stefano Bonet e Paolo Scala: il primo «dispone di fondi all’estero» e il secondo, cittadino italiano residente a Cipro, «ne è il gestore». Ieri Scala è stato interrogato dai magistrati milanesi (il verbale è stato secretato) ma prima di lui negli uffici della procura sono state ascoltate la segretaria di Bossi Daniela Cantamessa, quella di Belsito Tiziana Vivian e la responsabile amministrativa della Lega Nadia Dagrada. «Fedele fino alla fine ai mie capi», è il suo motto. Che, stando a un’intercettazione, pare abbia messo in pratica.
Gli investigatori infatti si sono imbattuti in una conversazione tra lei e Belsito, dalla quale si evince che l’ex tesoriere della Lega aveva intenzione di svuotare la sua cassaforte. Un’informazione preziosa, che ha convinto i magistrati a mettere in atto un vero e proprio blitz: lunedì sera hanno inoltrato l’autorizzazione al presidente Gianfranco Fini e ieri, ottenuto il via libera, hanno aperto le cassette di sicurezza di Belsito che si trovano nei locali del gruppo del Carroccio alla Camera. E hanno acquisito le carte custodite. «Abbiamo trovato materiale molto interessante», dicono ora gli inquirenti. Nel frattempo altre perquisizioni sono state effettuate negli appartamenti dell’ex tesoriere a Genova e nella sede della società Polare di Stefano Bonet e di cui Belsito è stato socio. Risultato: gli investigatori se ne sono andati con cinque computer (un iPad, due notebook, un portatile e un fisso), numerose cartelline con l’intestazione di istituti bancari, di notai e avvocati, del consiglio dei ministri, della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica. Oltre agli atti dei direttivi del partito della sede di Chiavari. Gli inquirenti si stanno concentrando al momento non tanto su quanto è stato distratto dai fondi della Lega come «spese personali» - dalla ristrutturazione della casa a Gemonio fino a versamenti per la moglie di Bossi e al pagamento di una macchina per Renzo - quanto sul «meccanismo complessivo di gestione» del denaro, il cui ammontare è composto per l’80% da contributi pubblici (quattro per mille e rimborsi elettorali) e per il restante 20% dai contributi dei militanti e dei privati o ottenuto dalla vendita di gadget.