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Pescara, 09/04/2026
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Data: 06/04/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Politica e malaffari - Bossi getta la spugna: lascio per il bene della Lega. Travolto dalle inchieste giudiziarie, le dimissioni da segretario

«Hanno messo di mezzo me e la mia famiglia, mi stanno sparando alla schiena». Parole d’esordio, di chiaro segno polemico per indicare che il vaso di Pandora rovesciato dalle Procure nasconderebbe un solo obiettivo: fare fuori lui. Tutto è stato rapido nel gran consiglio della Lega, confinato in una strada di periferia, via Bellerio.
Poco dopo ha indicato, per primo, Roberto Maroni a far parte del triumvirato che dovrà traghettare la Lega fino al congresso in autunno, con Manuela Dal Lago e Roberto Calderoli. Sarà compito loro tirar fuori la Lega dalle secche in attesa delle assise che ufficializzeranno il nome del successore alla segreteria.
Un clima di gelo è sceso nel lungo salone, dominato da un guerriero padano che sguaina la spada. Ma il Senatùr, per una cinica sorte del destino, a 20 anni dall’ingresso in Parlamento, ha deposto le armi. Dicono che il suo tono fosse triste, emozionato. E tutti i colonnelli, seduti al tavolo, nascondevano una commozione, non si sa se spontanea o di circostanza. Quando Bossi si è alzato a parlare tutti hanno compreso che le dimissioni (già respinte il giorno prima) erano il naturale sbocco a una pagina che il Carroccio vorrebbe chiudere al più presto. «Vogliono distruggere me e la Lega. Ma con la Lega non ci riusciranno» ha aggiunto. «Io faccio un passo indietro, è ineluttabile». Una chiosa per sottolineare che le dimissioni non si trattano, si danno e basta. Ma a sentire le dichiarazioni che ha fatto più tardi, Bossi ha ritrovato la forza dei giorni suoi, quando professava lo slogan, «mai mulà», mai mollare.
«Da domani sarà un militante, anzi un semplice simpatizzante». Ma ha anche dichiarato: «Si scordino che io scompaia» anche se, ha rimarcato, «i nomi che chiamano in causa la mia famiglia e la Lega mi hanno portato a questa decisione». Alla Padania ha confessato anche di aver «fatto la cosa giusta, perché non volevo restassero dubbi sulla reale pulizia dentro il movimento. Sono stato io a chiedere le dimissioni di Belsito». In serata ha poi aggiunto: «Io sarei di intralcio e Maroni non è un traditore». Il Senatùr ha raccontato di essere messo a piangere di fronte ai dirigenti del consiglio federale e ha assicurato: «Nessun addio al partito, sarò sempre un sostenitore della causa».
Maroni che lanciò il primo sasso nello stagno contro il «cerchio magico», ovvero i fedelissimi che circondavano il gran capo, ha abbracciato a lungo Bossi. Ed è stato l’ex ministro degli Interni a raccontare, con emozione, quel momento: «Per tutta la riunione Umberto ci ha detto che la sua decisione era irrevocabile. Gli abbiamo chiesto di non farlo, ma ha tenuto il punto. Io gli ho detto che se in ottobre si presenterà candidato segretario, lo sosterrò». Secondo Giancarlo Giorgetti, il Senatùr «covava da tempo la decisione di lasciare». Giorgetti spiega che, fino all’ultimo, Bossi ha espletato il mandato di segretario: nominando i successori di Belsito.



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