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Pescara, 09/04/2026
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Data: 06/04/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Devi dire al Capo che Renzo rischia la galera» Dalle casse del partito anche i fondi per l’acquisto di alcuni bar. Soldi anche per Calderoli e nei verbali spunta un Silvio

ROMA Altro che bancomat di Renzo Bossi, noto come uno che «in Regione non si paga nemmeno un caffè». Le casse della Lega sono un pozzo senza fondo per tutta la famiglia, a cui il clan attinge senza ritegno. Come segnalano gli investigatori al capitolo appropriazione indebita, «rilevanti somme di denaro sono state utilizzate per sostenere esigenze personali e familiari, estranee alle finalità e alle funzionalità del partito Lega Nord».
Dalle intercettazioni e dai documenti sequestrati nella cassaforte di Belsito, contenuti nella cartelletta «The family», emerge un quadro impressionante. Consegne di denaro in contanti, assegni e pagamenti di decine di fatture per le spese della famiglia del Senatùr, ristrutturazioni di case e terrazzi a Gemonio, fondi per la scuola della moglie Manuela Marrone, auto, cellulari, schede telefoniche, diplomi scolastici e tre lauree, assicurazioni, il conto del dentista, le multe prese da Renzo e i 20 mila euro per il suo tutor, l’intervento di rinoplastica di Sirio, alcuni bar comprati dallo stesso Bossi a Milano.
Un milione e mezzo alla scuola
Negli ultimi mesi la principale preoccupazione di Belsito, indagato da tre procure per riciclaggio, appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato, è quella di essere defenestrato dal partito. Perciò con Nadia Dagrada, la responsabile amministrativa e contabile del movimento, «concorda strategie e sotterfugi, da utilizzare eventualmente contro Bossi per farlo desistere da siffatte iniziative - si legge negli atti - prospettando di rinfacciargli tutti i soldi che ha da sempre elargito personalmente a lui e ai suo familiari». Uno degli esborsi più cospicui vanno alla Scuola Bosina della maestra elementare Manuela Marrone: beneficia di un mutuo da un milione e mezzo di euro acceso dalla Pontidafin, la società finanziaria del Carroccio. Più «un contributo tra i 150 e i 200 mila euro» all’anno. E poi c’è la detestata Rosy Mauro. «Sai quanto gli ho dato l’altro giorno alla nera?», domanda Belsito alla Dagrada. «29.142 in franchi eh... vuoi che ti dica tutti gli altri di prima?». A questi soldi va aggiunto il contributo annuale di 200-300 mila euro versato annualmente al Sinpa che, accusano i due, ha pure i bilanci truccati. Nel rendiconto 2011 della Lega, rileva allarmata la Dagrada, ci sono esborsi per «670 mila euro che non hanno giustificativi».
«Renzo va in galera»
Il figliolo di Bossi, nelle telefonate di Belsito, viene affettuosamente soprannominato «il principe». Per le auto di lusso che ama noleggiare con il fratello Riccardo, tra cui una Porsche, e i 50 mila euro provenienti dalle casse di via Bellerio spesi per l’acquisto di una vettura. Gli esborsi per i giovani della famiglia Bossi comprendono anche «i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo» e le parcelle del suo avvocato. E’ sempre Nadia Degrada a suggerire all’ex tesoriere di mettere il Senatùr davanti a questa cruda realtà dei fatti. «Tu gli devi dire: tua moglie e i tuoi figli ti rovineranno con i conti che hanno. Poi gli devi far capire che se esce qualcosa lui è rovinato, non può dire che non sa quello che riguarda la famiglia». La responsabile amministrativa consiglia a Belsito di mettere Bossi alle strette, se si vuole salvare. «Adesso gli devi dire: capo, io ti rammento solo una cosa, che in questi anni io ho dovuto tirare fuori, su vostra richiesta, per tua moglie, Riccardo, per Renzo, delle cifre che se qualcuno va a metterci mano fa.... gli devi spiegare che tu vuoi proteggere lui e se altri vanno a vedere queste cose... lui è nei guai. Ma quelle sono cifre, cioè, o tuo figlio lo mandavano in galera».
Il giallo dei faldoni
«Renzo Bossi e la sua fidanzata, Baldo Silvia, sono stati insieme alla sede della Lega e si sono portati via i faldoni della casa (ristrutturazioni?) per timore di controlli, visto il periodo critico». Le preoccupazioni che hanno indotto Renzo Bossi a sottrarre la documentazione, probabilmente relativa a lavori di ristrutturazione della casa di Gemonio, emergono da una telefonata del 12 febbraio tra Belsito e la Dagrada. E’ lei che dice: «Ecco, sono venuti a prendere, Renzo e la fidanzata, tutti faldoni da via Bellerio e li hanno portati via».
Belsito: «Ho capito».
Dagrada: «Quindi adesso c’hanno parecchia caga».
Belsito: «Uhm, però nella caga capisci che l’altro deficiente ci va a nozze».
Dagrada: «Infatti, è per questo che ti sto dicendo, visto che comunque lei (Manuela Marrone) di ascendente ne ha, dire adesso che questi, che cavolo Castelli c’è da tenerlo d’occhio, sta cercando di scatenare un casino, tutti vogliono andare a vedere i conti e questa sarebbe la fine».
I bar di Bossi
Non solo spese vive, dai bilanci del Carroccio la famiglia attinge anche per investimenti. Belsito infatti «ha acquistato a Milano dei bar per conto di Bossi» utilizzando «fondi pubblici», ovvero quelli del partito. Lo si evince da una conversazione agli atti dell’inchiesta del 17 febbraio tra l’imprenditore Stefano Bonet, già socio dell’ex tesoriere, e Romolo Girardelli. Nell’intercettazione i due, dopo aver discusso dell’affare che Belsito sta trattando e che riguarda la discoteca Sol Levante di Cavi di Lavagna, parlano dei bar di Milano. Chiede Girardelli: «Ma i bar lì li avrà presi per conto del capo (Umberto Bossi, ndr.) non per lui eh... Non credo per... Tu dici per lui?». Risposta di Bonet: «Eh sai, alla fine se devo dirla fino in fondo se ha agito lui o per conto del capo comunque ha truffato eh?».
Girardelli: «Eh certo... Ha truffato sì!».
Bonet: «Nel senso che comunque ai fini personali, fondi... Fondi pubblici.».
Girardelli: «Eh certo ma scherz... E’ un reato gravissimo».
Bonet: «E quindi se paga lui o paga il capo eh, a sto punto, non guardo più in faccia nessuno eh».
Gilardelli: «Ma cosa vuoi guardare in faccia, noi andiamo fino in fondo, tu hai l’appoggio mio e di tutte le altre persone che sono vicine a me e sanno tutto dalla A alla Z».
Operazione immagine
Quando non vanno alla famiglia, i soldi della Lega servono anche per risolvere diatribe private. Dalla cassaforte del partito sarebbero infatti usciti 300 mila euro per evitare che un’imprenditrice - in lite con la dipendente del Carroccio Helga Giordano accusata di truffa - sporgesse denuncia nei suoi confronti, provocando un danno d’immagine al movimento padano. All’inizio l’ex tesoriere ipotizza anche la possibilità di dare altri soldi alla donna: «Io glieli posso dare altri duecentomila - dice - me la rischio, tanto ormai... il tesoriere più pazzo del mondo». La Dagrada però lo dissuade: «Noo, è un rischio troppo grande Francesco». Meglio architettare il finto acquisto di un capannone di proprietà dell’imprenditrice. «Noi tecnicamente come Lega - dice Belsito - ci reggerebbe il fatto che io faccio un compromesso, poi dico vabbè, ci abbiamo ripensato non ci serve, ci hanno restituito la caparra. Capito?».

Soldi anche per Calderoli e nei verbali spunta un Silvio
Colonnelli in allarme per Castelli: vuole vedere i conti, va fermato

ROMA - Persino Piergiorgio Stiffoni, il senatore leghista che era al fianco di Castelli e Maroni nella battaglia per la trasparenza, avrebbe preso soldi dal cappello fatato del tesoriere padano Belsito. Insieme a Roberto Calderoli, Rosy Mauro e Aldo Brancher, di fede berlusconiana ma da sempre considerato vicino alla Lega.
«Stiffoni s'era preso 50mila euro del gruppo, girandoli sul suo conto», spiega la segretaria amministrativa Nadia Dagrada al telefono con l’ex tesoriere. E scorrendo l’informativa che i carabinieri del Noe hanno depositato alla procura di Napoli si capisce subito che ad avere finanziamenti personali sarebbero stati in tanti. Oltre a Bossi e famiglia, avrebbero usato «rilevanti somme di denaro per sostenere esigenze personali e familiari» Rosy Mauro per il suo sindacato, l’ex ministro Calderoli, Stiffoni e pure Brancher, che avrebbe ottenuto 150mila euro per organizzare un evento, oltre a chiedere un bonifico all’imprenditore Bonet. L’ammontare dell’eventuale versamento a Calderoli è omissato, tanto che ieri sera l’ex ministro ha immediatamente smentito la notizia parlando di rimborsi spese per i suoi spostamenti.
Rosy e il suo amante
Uno dei capitoli di spesa più consistenti sembra essere intestato alla vicepresidente del Senato Rosy Mauro. Se quelli a Calderoli non sono quantificati, tanto che lui ieri ha prontamente smentito, quelli per Rosy Mauro appaiono più volte: 200-300mila euro per il suo sindacato padano e qualcosina cash. Lo dice Belsito sempre alla fida Nadia: «Sai quanto gli ho dato l'altro giorno alla nera? (Rosy Mauro) Quasi 29 mila, 29.142 in franchi; e vuoi che ti dica tutti gli altri di prima?». E Nadia di rimando: «Tu gli devi dire i nomi (a Bossi); tu gli devi dire il discorso: finché c'ero io tutto è stato silenziato, ma ricordati che qui ci vanno di mezzo tua moglie, Riccardo, Renzo, Roberto, la Rosy, l'amante della Rosy e tu». Effettivamente al 22 gennaio c’è una telefonata della vicepresidente del senato a Belsito, che sembra una richiesta di denaro. Mauro: «Comunque Francè se adesso puoi, ricordati di fare quella cosa che ti ho detto l'altro giorno a voce». Belsito: «Si, si, certo». Mauro: «Succinta, così da fare in questo momento, perché dopo non potrai più, perché se no addio. Purtroppo è urgente».
Fascicolo bloccato
Nei primi mesi di quest’anno la Dagrada e Belsito si sentono sull’orlo del precipizio. Sentono il fiato sul collo della magistratura. Se la prendono con Rosy Mauro, che ha innescato una sorta di guerra interna, con Maroni che «ora ha in mano il partito» e parlano di un fascicolo giudiziario sul figlio di Umberto Bossi, Renzo, misteriosamente bloccato. Dice la Dagrada: «Per giunta, è vero che continuano a dire ai magistrati di mettere sotto il fascicolo ma prima o poi il fascicolo esce» Belsito: «Si, però non è uscito niente, hai visto. Chi conoscono loro, sono quattro sfigati» Dagrada: «Macchè, non sono mica loro che fanno; e non siamo neanche noi. Sono Pdl e Pd, perché quando esce una cosa di questo genere sei rovinato, con il figlio di Bossi che ha certe frequentazioni, altro che Cosentino. E’ intervenuto Silvio e so che ci sono di mezzo anche altri, ma altri Pd e non è che hanno detto chiudi il fascicolo, mandalo sotto. Ma poi appena arriva l'ordine di tirarlo fuori, fuori tutto. Cioè l'utilizzo della macchina con la paletta, perché lui sulla macchina c'ha la paletta». Il Silvio in questione sembrerebbe essere Berlusconi, anche se il suo legale Nicolò Ghedini ieri sera ha ripetutamente smentito: «L'ipotesi è totalmente priva di fondamento e del tutto risibile. Che il presidente Berlusconi possa essere intervenuto con la magistratura per ottenere tale risultato è davvero impensabile». E ancora, Belsito prosegue chiedendo della paletta sulla macchina di Bossi: «Ma ce l'ha ancora?». E la Dagrada: «Certo, paletta e lampeggiante. La Lega finisce nella merda! Perché, con uno scandalo del genere, non è che ci sono i salvatori della Patria Maroni e Castelli. La Lega affonda!».
La guerra interna
Nelle intercettazioni, Belsito appare preoccupatissimo per le continue richieste di chiarezza che gli arrivano da Roberto Castelli. Dopo l’esplosione dello scandalo per gli investimenti in Tanzania l’ex ministro della Giustizia si è messo in testa di fare il «salvatore della patria». O almeno così che se la spiega l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito il 1 febbraio scorso, al telefono con Nadia Dagrada, segretaria amministrativa del partito. Dagrada: «Castelli vuole sapere chi sono i revisori, e allora gli ho detto, ma tu sai come funziona? Lui fa no, fammi una nota». Belsito: «E chi sono i revisori, che non li abbiamo mai visti manco noi; secondo me questo qua sta facendo veramente il deficiente». Dagrada: «No, vuole fare il salvatore della patria, è quello il problema». Belsito e Dagrada temono i controlli di Castelli, vogliono che Bossi impedisca l’accesso a ricevute e rimborsi che svelerebbero il meccanismo di finanziamento. La segretaria suggerisce a Belsito: «Tu gli dici, ragazzi, forse, non avete capito che se io parlo, voi finite in manette, o con i forconi appesi dalla Lega o in manette».
La via d’uscita
Più aumentano le pressioni di Castelli, con richieste a voce e lettere accomandate, più Belsito si convince che a sostenere l’ex ministro c’è una persona molto vicina al leader Bossi. Cioè proprio la «nera» Rosy Mauro. Che a detta di Nadia Dagrada, non si rende conto di correre un brutto rischio: «Lei è convinta di averti, ma se lei non ha il capo a difenderla domani è in mezzo alla strada». Dagrada: «Facciamo una bella proposta che tu appoggi in consiglio federale dove i bilanci di tutti vengono fuori compreso quello del Sindacato padano (il Sinpa legato a Rosy Mauro) perché voglio vedere gli estratti conto del sindacato padano e cosa succede». Belsito: «Secondo me gli viene un infarto». Dagrada: «Ah beh per forza, non sono usati per il sindacato, quindi» Belsito: «C'avevamo quei settemila iscritti no? risata sarcastica» Dagrada: «Poi dagli il nome del tizio da vedere un attimo».
Belsito: «Ma roba da chiodi, ah ecco cosa mi ha detto Stiffoni: tieniti forte. Mi fa: io c'ho una sensazione, quando mi prude il naso, sta arrivando una disgrazia, e ieri, non sto scherzando m'è venuta in mente adesso, ieri mi sentivo prudere il naso e questa notte non ho chiuso occhio. Io lo guardo e mi viene da ridere». Successivamente Belsito ostenta tutta la sua sicurezza: «Guarda un po' Lusi (l’ex cassiere della Margherita) scusami, ha rubato 13 milioni e adesso se ne sbatte il cazzo». Castelli in effetti i suoi controlli li ha già fatti. Il 27 gennaio a Varese ha visto Stefano Bonet, l’imprenditore che si è occupato degli investimenti padani in Tanzania e che adesso vuole la sua parte dell’investimento. Bonet è in contatto con vari esponenti della Lega, tra cui Calderoli e Castelli, ma anche con Filippo Ascierto, deputato Pdl legato all'associazione Andromeda per la cui sede paga l’affitto. L’8 febbraio è Rosy Mauro a chiamare Belsito, passargli Bossi in persona per un appuntamento e poi commentare con lui: «La vedo brutta». Belsito è sempre più agitato in vista dell’incontro: «Glielo dico cosa mi volevano far fare, glielo dico della Fondazione eh, cosa mi volevano far fare che dovevo portargli dei soldi». Medita pure una via d’uscita: trattare su un salvacondotto per non parlare. Magari come quel «Masi che prima era il suo, come ti posso dire, capo delle relazioni istituzionali e adesso è andato in Rai. Oppure in Eni mi posso far mandare». Poi accetta il chiarimento, durante una riunione che non va benissimo. Rosy Mauro sembra diventata un alleata. Ma, ammette il 17 febbraio, «Non posso fare miracoli». E Belsito ribatte: «Io l'operazione l'ho fatta al meglio, quindi nessuno può obiettare a questo».

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