“Il disegno di legge per la riforma del mercato del lavoro è un passo indietro secco del governo, che aveva chiuso il negoziato con le parti sociali imponendo di fatto una soluzione che prevedeva per i licenziamenti il solo indennizzo monetario. L’aver costretto il governo, con le mobilitazioni di queste settimane, a cambiare i propri intendimenti e a ripristinare il reintegro è un grande fatto che non si era mai verificato da quando Mario Monti è Presidente del Consiglio. Questo risultato va sottolineato”. Claudio Treves, responsabile del Dipartimento politiche del lavoro della Cgil, in una intervista a Rassegna, ritiene importante che il governo abbia fatto marcia indietro sull’articolo 18 ma sottolinea i diversi aspetti ancora da valutare e non lesina le critiche, specie per quanto riguarda la lotta alla precarietà.
Rassegna: Monti ha detto che il reintegro si applicherà solo in casi estremi…
Treves: Certo, è partita immediatamente una campagna del governo, dello stesso Monti, per affermare che si tratta di una modifica assolutamente residuale e che non avrà effetti se non in casi eccezionali, a dimostrazione di quanto sia costato al premier dover fare questa retromarcia. E’ naturale però che il testo vada esaminato con grande scrupolo, vada studiato con attenzione perché c’è sempre il rischio che dietro una norma pasticciata si nascondano trappole.
Rassegna: Monti parla di casi estremi, la Confindustria sembra temere una valanga di reintegri…
Treves: Nessuno ha certezze sul numero dei possibili reintegri sanzionati dai giudici. Sulle critiche della Confindustria e sulla sottovalutazione di Monti pesano probabilmente i rispettivi posizionamenti, e cioè la Confindustria deve dire che questa è una norma che distrugge quello che aveva portato a casa e il governo deve dire che, invece, la nuova formulazione avrà scarsissima efficacia.
Rassegna: Quale è il tuo giudizio finale sulla norma?
Treves: Penso che rispetto al documento uscito “salvo intese”, ricordo, dal Consiglio dei Ministri, ci siano elementi importanti, per esempio che la proceduta di conciliazione obbligatoria deve essere attivata non dal lavoratore, come era fin qui, ma dal datore di lavoro prima che il licenziamento sia intimato. E’ una fase in cui il lavoratore, e il sindacato al quale si può rivolgere, possono acquisire più elementi possibili qualora la conciliazione non riesca e nella motivazione del licenziamento ci sia il riferimento solo ad elementi economici. Elementi indispensabili per convincere il giudice, cito testualmente, della “manifesta insussistenza del fatto”.
Rassegna: Nel ddl sono cambiate, però, anche le norme sul precariato e i contratti atipici.
Treves: C’è innanzitutto da fare una considerazione di carattere generale: il governo, a un certo punto, ha voluto interrompere il confronto con le parti sociali perchè Monti aveva un aereo da prendere e non c’era più tempo. E il lavoro è stato interrotto proprio quando stava procedendo alla ricerca di punti di intesa di una certa rilevanza soprattutto su questo capitolo del contrasto alla precarietà. Il fatto invece di avere interrotto questo confronto e di aver trasferito l’impegno nella ricerca affannosa della mediazione al livello massimo della politica, ha fatto sì che si arrivasse ad una sorta di mercato delle vacche.
Rassegna: E cioè?
Treves: Il Pdl ha preteso annacquamenti del capitolo relativo alla lotta alla precarietà. Come ad esempio su una questione rispetto alla quale eravamo tutti d’accordo, sindacati e imprese: che l’associazione in partecipazione non debba avere cittadinanza nel mercato del lavoro, perché è un evidente strumento di elusione e di sfruttamento dei lavoratori. La norma è invece risorta perché evidentemente nel Pdl ci sono molti consulenti del lavoro e meno rappresentanti delle imprese associate. Questo è un colpo serio ad un disegno che voleva sostituire, come diceva il ministro Fornero, alla cattiva flessibilità quella ‘buona’.
Rassegna: Vi sono altri esempi di modifiche “cattive”?
Treves: E’ stata portata avanti un’idea un po’ furbesca, quella di posticipare l’entrata in vigore di norme presuntive sulla subordinazione in caso di partite iva. In sostanza, si è detto alle imprese: in un anno cambiano tante cose e poi ci sono le elezioni. C’è poi l’abbassamento della quota di trasformazione in lavoro a tempo indeterminato per gli apprendisti, dal 50 per cento della prima versione della riforma al 30 per cento in tre anni previsto nel testo presentato in Parlamento. Sono tutte cose che hanno il senso di dire: ho dovuto reintrodurre il principio del reintegro ma voi imprenditori potrete continuare a giochicchiare ancora per qualche tempo con la precarietà. Ed è questa una cosa particolarmente sgradevole sul piano del comportamento di un governo che si ammanta di valori etici.
Rassegna: E’ saltata la norma sulle dimissioni in bianco delle lavoratrici?
Treves: Quella era una norma scarsamente coerente con l’obiettivo che si vuole perseguire e tale è rimasta.
Rassegna: La riforma del governo, la modifica dell’articolo 18 creeranno più occupazione, specie dei giovani?
Treves: Una delle stupidaggini più colossali che sono state diffuse, riprese anche da un economista di vaglia come Mario Monti, e questo spiace, è che l’intervento sull’articolo 18 rilancerà gli investimenti dall’estero, aumenterà l’occupazione, darà risposte ai giovani e, forse (che so?), provocherà la ricrescita dei capelli ai calvi. Siamo davvero alla fiera di paese. Cito economisti seri e soggetti che il presidente del Consiglio dovrebbe conoscere, come l’Ocse, che hanno onestamente detto che non c’è alcuna dimostrazione scientifica, econometrica e statistica rispetto al fatto che la rigidità supposta nella tutela dell’occupazione abbia un effetto sullo sviluppo dell’occupazione medesima. Più prosaicamente un economista serio e intelligente come Fabiano Schiavardi, che scrive per la Banca d’Italia e non può essere certo definito un pericoloso bolscevico, ha pubblicato su lavoce.info una tabellina nella quale si collocano le imprese italiane in base al numero dei loro dipendenti. Un sostenitore della tesi secondo cui l’articolo 18 rappresenta una tagliola per i datori di lavoro avrebbe dovuto aspettarsi un addensamento del numero dei lavoratori al numero 14, sotto la soglia dei 15 previsti per far scattare le tutele. Invece c’è una linea continua e gli imprenditori decidono il livello di occupazione senza farsi venire gli incubi notturni se superano di uno o di due il tetto dei 15 dipendenti. Poi naturalmente ci sono gli imprenditori che eludono la legge ma questo dovrebbe essere un problema, per il presidente del Consiglio, e non la riprova che la legge è sbagliata.
(*) Direttore di Rassegna Sindacale