ROMA La riforma del mercato del lavoro approda in Senato con il viatico di Monti che la difende a spada tratta, e i partiti che puntano con il passaggio parlamentare a portare a casa diversi aggiustamenti. Durante la cena con il presidente israeliano Shimon Peres, Mario Monti ha parlato anche della riforma, dicendo che «renderà il mercato del lavoro molto più flessibile a beneficio delle imprese, e meno dualistico». E ha insistito sul fatto che si tratta di un «provvedimento bilanciato». «Abbiamo adottato misure mai prese da precedenti governi», ha aggiunto il premier e quella delle pensioni «secondo diversi esperti ha reso il sistema italiano strutturalmente il più solido d’Europa». Il suo timore a questo punto è che il Parlamento snaturi la riforma sul lavoro, un po’ come è successo con le norme sulle liberalizzazioni.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà spiega come si pone il governo di fronte al passaggio parlamentare. Dice che «l’impianto deve restare quello che è ma siamo disponibili ad accettare buone modifiche. Molte buone idee nascono in Parlamento e siamo pronti a farne tesoro». Parole che hanno suscitato parecchie aspettative. Anche nel fronte confindustriale, che ha bocciato la riforma e che domani farà il punto sull’atteggiamento da tenere in questa fase. Più tardi Catricalà ha raddrizzato un po’ il tiro, chiarendo che il suo pensiero «in tutto e per tutto coincide con la posizione espressa dal presidente Monti, che è l'unico abilitato ad esprimere l'orientamento del governo».
Ma Pasquale Giuliano, presidente della commissione Lavoro dove domani approderà il disegno di legge coglie nelle parole di Catricalà «un’importante apertura del governo», e chiarisce che «l’ultima parola spetta al parlamento». Oggi l’ufficio di presidenza fissa il calendario dei lavori. Relatori sono Tiziano Treu del Pd e Maurizio Castro del Pdl.
Quali saranno i reali margini di manovra per introdurre cambiamenti lo si vedrà in corso d’opera. Ma il Pdl intravede un varco per ripristinare quella flessibilità in entrata che il testo ha ridimensionato. E il Pd punta sugli ammortizzatori sociali, per renderli più universali e adeguati ad affrontare anche la gravissima situazione occupazionale che abbiamo di fronte. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, è ottimista. «Credo sia una presa d’atto saggia quella di Catricalà. Da uomo di esperienza si è reso conto che il ddl sulla parte della flessibilità in entrata va riscritto e non solo modificato», ha detto andando incontro al motivo primo del no di Confindustria.
L’ex ministro del Lavoro, il pidiessino Cesare Damiano, manifesta il timore che «sul ddl si sviluppi una battaglia di retroguardia tesa a bilanciare il passo avanti sull’articolo 18, per avere in cambio un’ulteriore flessibilità del lavoro». Le politiche del centrodestra «hanno aumentato in modo eccessivo la flessibilità trasformandola in precarietà del lavoro e della vita dei giovani». E insiste sul fatto che il suo partito chiederà miglioramenti sugli ammortizzatori, per renderli «veramente inclusivi». L’aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori a progetto «non è assolutamente compensato dalle tutele in caso di disoccupazione di questi lavoratori».
Dal Terzo polo arriva l’invito a «non svuotare la riforma». a «non sbucciarla come un carciofo- dice Benedetto Della vedova del Fli- perchè una foglia tira via il pd, un’altra il pdl e non ci rimane niente».