ROMA. «E’ stata raggirata la buona fede di Bossi, la Lega è pronta a costituirsi parte civile». Roberto Maroni chiede di incontrare i pm che indagano sui rimborsi elettorali della Lega dopo lo scandalo delle spese personali gestito dal cerchio magico e dall’ex tesoriere Belsito. Ai magistrati promette la massima collaborazione. Intanto convoca il consiglio federale per espellere Rosy Mauro.
«La nostra intenzione è fare pulizia e chiarezza, il nostro interesse è accertare la verità, siamo pronti a prendere provvedimenti senza guardare in faccia nessuno», dice l’eterno numero due del capo, che la serata dell’orgoglio leghista ha incoronato leader. L’ex ministro dell’interno si è presentato in procura con il nuovo tesoriere, Stefano Stefani. «Abbiamo incaricato la società di revisione Price waterhouse di verificare la situazione patrimoniale della Lega», aggiunge Maroni ringraziando i magistrati per quella che definisce «una visita di cortesia». «Hanno fatto bene ad andare con Maroni per fare disponibilità ai chiarimenti ma non dimentichiamoci che i tempi della politica non li decide la magistratura», commenta con la Padania il Senatùr.
Lo scandalo dei fondi leghisti che ha portato alle dimissioni di Umberto Bossi e del figlio Renzo, oggi decreterà l’espulsione di Rosy Mauro dal partito. Sarà lo stesso Maroni a chiedere al consiglio federale, convocato per le 16, di espellere la vicepresidente del Senato. «Non sto resistendo, non temo l’espulsione, sto valutando cosa fare, non ho preso un euro dalla Lega», dice però la Mauro, finora decisa a non accogliere la richiesta di dimissioni che tutto il partito, a partire da Bossi, le ha rivolto. Neanche la bordata di fischi della base leghista a Bergamo le ha fatto finora cambiare idea. Ieri la segretaria del sindacato padano si è barricata nel suo ufficio a palazzo Madama, rinunciando a presiedere i lavori dell’aula. E’ stato il presidente del Senato a sostituirla. Renato Schifani, fa sapere Anna Finocchiaro capogruppo Pd, presiederà al posto della Mauro «fino a quando ci sarà l’opportunità di salvaguardare il decoro del Senato».
A poche settimane dal voto amministrativo nel Carroccio cresce la preoccupazione per il contraccolpo che lo scandalo può avere sull’elettorato. I sondaggi già registrano un calo netto del 3 per cento dei consensi. Ieri sera, ospite di “Porta a Porta” Maroni ha rilanciato: «Se si percepisce che la Lega sta mettendo mano al cmabiamento ci danno il 15 per cento». Ha però anche ribadito di non credere al complotto: «L’errore è nostro che non abbiamo controllato». Ma anche che «ieri si è chiusa una fase». Nella Lega il clima è già precongressuale. L’appuntamento è fissato per fine giugno ma fino ad allora Maroni potrebbe accettare di essere designato «segretario protempore» carica che Bossi ha fatto sapere di non voler più ricoprire. Bobo del resto non ha rivali credibili. «Maroni ha parlato da vero leader», dice il sindaco uscente di Verona, Flavio Tosi, commentando il discorso di Bergamo. «Mi dispiace per Roberto Calderoli, ma i consensi vanno in modo lineare a Roberto Maroni», aggiunge il presidente della provincia di Bergamo, Pirovano. La conquista della leadership leghista non è però in discesa. Maroni ieri sera ha lanciato un nuovo appello all’unità, ma le divisioni fra «cerchisti» e maroniani restano. Maroni? E’ una persona che «stimo molto, come altri dirigenti leghisti» ma il vero leader «resta Umberto Bossi», ci tiene a precisare il presidente leghista del Piemonte, Roberto Cota. E c’è la solita rivalità tra Veneto e Lombardia. «Maroni ha le carte in regola ma aspettiamo il congresso», avverte il governatore veneto, Luca Zaia. «Da lombardo preferirei un segretario lombardo», dice Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, anche lui sotto inchiesta.
Le carte dei pm: «Anche Bossi sapeva»
La cartella “The family” custodita da Belsito e le relazioni pericolose con la ‘ndrangheta
MILANO. Nel giorno in cui il barbaro sognante nonché segretario in pectore della Lega Nord, Roberto Maroni, sbarca in Procura a Milano con il neo tesoriere, Stefano Stefani, (cui è stato consegnato un ordine di esibizione di documenti), e due avvocati, tra cui il sindaco di Varese Attilio Fontana, per offrire collaborazione agli inquirenti, le carte dell’inchiesta, depositate al Tribunale del Riesame di Napoli, disegnano nuovi margini di consapevolezza di tutti i protagonisti, riscontri alle intercettazioni e alle dichiarazioni dei testimoni. L’ex ministro dell’Interno fa sapere che d’ora in poi i conti saranno analizzati dalla società di revisione Pricewaterhouse e che il Carroccio si costituirà parte civile. Bossi, secondo Maroni, sarebbe stato raggirato, ma i documenti agli atti non raccontano questa storia. La procura di Milano ha chiesto alla Lega i bilanci e la documentazione contabile degli ultimi cinque anni, anche quando era tesoriere il defunto Maurizio Balocchi che, come raccontano testimoni, aveva già rapporti con la Calabria e che, come racconta Bossi, introdusse Francesco Belsito, il tesoriere dello scandalo.
Ecco che nella relazione degli investigatori della Dia di Reggio Calabria, che indagano per riciclaggio, viene definito meglio anche il ruolo dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli - che solo l’altro giorno ribadiva la assoluta estraneità di Umberto Bossi - e come abbia cercato di mettere a tacere, su incarico dello stesso leader, le pretese dell’imprenditore veneto Stefano Bonet, coindagato di Belsito in Calabria, cui aveva anticipato 200 mila euro per un affare parallelo all’investimento in Tanzania. Affare che doveva concludersi tramite la filiale cipriota della tanzanese Fbme bank; istituto di credito sospettato dagli americani, Fbi e Dea, di essere veicolo di soldi per trafficanti di armi e terrorismi islamici. Ma non solo Belsito, secondo gli investigatori, aveva ingannato i soci nell’affare, compreso il promoter Paolo Scala, dicendo che i soldi dell’investimento erano i suoi e poi facendo arrivare non un milione e 200 mila euro come pattuito, ma una somma quattro volte maggiore. In una telefonata intercettata Belsito spiega al socio calabrese, Romolo Girardelli, indagato per riciclaggio con l’aggravante della finalità mafiosa e già amico di Balocchi, quello che sta accadendo. Il calabrese chiede «Minchia e Castelli con Bossi è venuto?... e che c..o ti hanno detto?...» e Belsito risponde: «.. che questo qui.. che adesso c’è un casino in piedi.. che tutti sono con i fari puntati.. Tutto così...».
Intanto nella cartelletta «The family» si vedono nero su bianco le fotocopie delle multe di Renzo Bossi, molte delle quali per eccesso di velocità e giustificate dalla presenza a feste leghiste in varie località del nord Italia; le fatture della ristrutturazione della villa di Gemonio, ma anche la polizza assicurativa per la casa del Senatur, i conti del dentista, i bonifici di Umberto alla moglie dal suo conto personale, ma anche le mail tra le segretarie e il tesoriere, le sollecitazioni sempre più pressanti del parlamento europeo per la pensione del leader. Un solo fascicolo è proprio dedicato a «Umberto» e ai soldi della Lega usati per pagare le tasse. A mano Belsito ha anche riportato almeno un codice Iban e suoi appunti sono al vaglio degli inquirenti che vogliono tirare le somme dei soldi usciti dalle casse della Lega e fare una mappa di tutti i conti delle tredici «nazioni» leghiste.