ROMA - Quattro bonifici per 185 mila euro, un quinto di 72 mila, tre testimoni, e sempre lo stesso benefattore: il generoso ex premier Silvio Berlusconi. Tutti protagonisti del processo per il Rubygate e il bunga-bunga che si sta svolgendo a Milano, qualcuno con la veste di imputato, altre di testimoni chiave. Ciò nonostante, il Cavaliere, fino a pochi mesi fa, ha versato denaro a piene mani sui conti dell’ex igienista dentale Nicole Minetti, e su quello delle gemelle Imma ed Eleonora De Vivo. E una parte di questi soldi è servita anche a pagare i difensori del consigliere regionale lombardo.
L’avvocato Nicolò Ghedini, che assiste l’ex presidente del Consiglio, imputato di prostituzione minorile per i rapporti avuti con la giovanissima marocchina Karima el Mahroug, ha replicato piccato a chi insinua che ci sia un collegamento tra le testimonianze, il processo e il denaro: «Si tratta di somme erogate palesemente tramite bonifici bancari tracciati - ha spiegato - da un conto personale dello stesso presidente Berlusconi. L'accostamento fra versamenti e qualifica di testimoni è assolutamente pretestuoso e privo di ogni fondatezza». Il legale sottolinea inoltre che «il presidente, con la consueta generosità, ha ritenuto di aiutare, in totale trasparenza delle persone che, stanno vivendo momenti di grande difficoltà familiare, professionale ed economica».
Deve averla pensata diversamente l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia se ha ritenuto di dover segnalare i versamenti alla procura della Repubblica di Milano, che ha acquisito tutta la documentazione e l’ha inserita nelle indagini suppletive notificate dai pm Boccassini e Sangermano ai difensori di Berlusconi, di Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, gli ultimi tre imputati di favoreggiamento della prostituzione per le serate ad Arcore. I pubblici ministeri sono riusciti anche a ricostruire i passaggi di denaro. Secondo gli atti depositati, sul conto di Minetti, il 22 giugno 2011 sono stati versati 100 mila euro. Il giorno successivo hanno beneficiato i tre avvocati della consigliera regionale, con complessivi 87 mila euro girati a loro favore, e così suddivisi: 37.440 a Daria Pesce, 24.960 a Piermaria Corso, e 24.960 allo studio legale associato Gagliani-Righi. Questi versamenti risultano partiti dallo stesso conto su cui l'ex presidente aveva versato i 100 mila euro. Da qui il sospetto che possa averne pagato le spese legali.
Se non bastasse, si aggiungono le dichiarazioni messe a verbale da Enzo De Vivo, il papà delle gemelle Imma ed Eleonora, che è stato sentito lo scorso 5 aprile. Ha spiegato il genitore di aver tenuto per sé diecimila euro dei 72 mila destinati alle figlie. L’uomo, titolare di un distributore di benzina a Napoli, ha ammesso che - come da accordi con le gemelle - l'ex premier, tra luglio e ottobre 2011, ha effettuato due bonifici, ma sul conto corrente intestato a lui, «per evitare pettegolezzi». Poi - ha confessato - all'insaputa delle figlie ne ha sottratti 10.862. «Effettivamente - ha aggiunto - sono stati fatti da me dei prelievi, ma quelle somme mi sono servite per pagare la benzina o per cose personali. Le spese come si sa, a causa della crisi economica che investe il nostro Paese, sono aumentate, e quindi con quel bonifico, il primo ricevuto, mi sono autofinanziato». Alla domanda se le figlie ne fossero consapevoli, ha risposto: «Non credo».
Ieri, poi, è stata depositata la sentenza numero 87 della Corte costituzionale che lo scorso 14 febbraio aveva respinto il ricorso per conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera. Per la Consulta «spettava alla procura della Repubblica e al Giudice per le indagini preliminari di Milano esercitare le proprie attribuzioni, omettendo di informare la Camera dei deputati della pendenza del procedimento penale nei confronti del presidente del Consiglio». Perché, a giudizio della Consulta, «non si tratta di un reato ministeriale, ma di un reato comune (il reato di concussione, l'unico in relazione al quale è stato sollevato il conflitto)».