ROMA - La riforma previdenziale approvata dal governo Monti, richiesta a gran voce dall’Unione europea, e sulla quale lo stesso Berlusconi si impegnò con tanto di lettera ufficiale inviata a Bruxelles a fine ottobre 2011 poco prima di passare la mano al Professore, non ha ancora prodotto effetti. Ma alcuni importanti accorgimenti, introdotti nei mesi scorsi dal ministro Sacconi e dalla riforma Damiano, hanno influito eccome sul flusso delle pensioni. Tanto che nei primi tre mesi del 2012, secondo quanto emerge dai dati Inps, i nuovi assegni sono stati appena 43.870, con una riduzione del 53,1%, rispetto ai 93.552 dello stesso periodo del 2011. E c’è una differenza ancora più marcata rispetto al 2010, anno in cui il bilancio dei primi tre mesi era arrivato a quota 113.673. Il crollo delle nuove pensioni, in questo primo trimestre dell’anno, accentua una tendenza che si era già manifestata visibilmente con il calo degli assegni registrato nel 2011 (-27,4%). Un dato, quest’ultimo, frutto, in particolare, della drastica riduzione degli assegni di vecchiaia (-37% complessivo con una diminuzione per i lavoratori dipendenti del 46%). Mentre, per le pensioni di anzianità, il calo (mettendo insieme autonomi e dipendenti) si era limitato al 17,8%.
La fortissima contrazione nasce dall'effetto combinato del via libera alla finestra mobile voluta da Sacconi e dello scalino previsto dalla riforma Damiano che, per il 2011, ha aumentato da 95 a 96 le quote (vale a dire la somma dei requisiti anagrafici e contributivi ) per ottenere la pensione di anzianità dal 1 settembre 2012. Il crollo delle pensioni, in poche parole, non ha nulla a che vedere con la riforma previdenziale contenuta nel decreto Salva Italia. E che, di fatto, comincerà a funzionare dal 2013 perché ancora quest'anno usciranno anche coloro che raggiungono i requisiti per la pensione nel 2011 e devono attendere i 12 mesi (18 per gli autonomi) previsti dalla finestra mobile per l'accesso alla pensione. In pratica, stanno andando ancora in pensione di vecchiaia gli uomini a 65 anni e le donne a 60. E a questi si aggiungono i 12-18 mesi di finestra mobile. Inoltre, si sta uscendo ancora dal lavoro con la pensione di anzianità grazie alle quote (almeno 60 anni di età con quota 96 tra età e contributi, a fronte dei 59 e quota 95 del 2010) e con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età. Nel 2013, chiusa questa fase di passaggio, cambierà tutto nel profondo. Il decreto Salva Italia ha infatti inasprito le norme soprattutto per l'anzianità e per la vecchiaia delle donne ma avrà effetti per le persone che avranno maturato i nuovi requisiti nel 2012. Ad esempio, un lavoratore che raggiunge i 65 anni nel 2011 non viene colpito dalla riforma Fornero ma va in pensione di vecchiaia nel 2012 aspettando la finestra mobile. Ed è possibile che il calo delle pensioni, nei prossimi mesi del 2012, possa ridursi un po’ perché che in questo periodo dell’anno scorso uscivano ancora i lavoratori che avevano raggiunto i requisiti nel 2010 utilizzando le vecchie finestre. «Questi dati sono l'effetto dell'introduzione delle finestre mobili della riforma Sacconi-Tremonti – ha confermato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua – e l’età di pensionamento sta aumentando e si sta avvicinando a quella media europea». Una risposta esplicita, da parte dell’organismo previdenziale, alle preoccupazioni espresse dal Fondo monetario internazionale. Che pochi giorni fa, riferendosi all’Italia ed altri Paesi, aveva parlato di «bomba demografica» avvertendo, sull’annuale Global financial stability, che se la speranza di vita media, da qui al 2050, dovesse crescere di 3 anni più del previsto, «i già elevati costi legati all'invecchiamento aumenterebbero del 50 per cento».
I dati sul crollo delle pensioni hanno offerto ai sindacati l’occasione per tornare a polemizzare con la riforma Monti. La Cgil, in particolare, ha affermato che i numeri dell’Inps sarebbero «la dimostrazione di quanta cassa, sulla previdenza, fosse già stata fatta dal precedente governo Berlusconi e di quanto la manovra di dicembre sia stata cieca e abbia colpito in maniera brutale i lavoratori e i pensionati senza che ce ne fosse alcuna necessità reale dal punto di vista dell'equilibrio finanziario del sistema previdenziale». Concetti condivisi dal segretario della Uil, Angeletti, secondo il quale «bastava la riforma Sacconi: con il nuovo intervento sulla previdenza si è solo ridotto il debito facendo pagare il conto a pensionati e pensionandi».