ROMA - Dopo l’altolà di Elsa Fornero (o la riforma passa o il governo va a casa») è intervenuto Corrado Passera per correggere la linea del governo sulla riforma del lavoro. Così come anticipato in una intervista a Il Messaggero, il ministro dello Sviluppo ha difeso la riforma: «E’ buona e di sicuro arriverà in fondo». Ma ha aperto alle modifiche: «Come ogni cosa può essere ulteriormente migliorata». Un’opzione che ora trova d’accordo anche il Pd che parla di «aggiustamenti necessari». Quelli che da tempo chiede il Pdl in un gioco di sponda con Confindustria: «Vogliamo la riforma, non la restaurazione di rigidità che creerebbero disoccupati. Su questo saremo costruttivi ma chiari e decisi. I cambiamenti ci devono essere e ci saranno», ha messo a verbale Maurizio Gasparri. Il tutto alla vigilia della cena di domani sera tra Mario Monti e i segretari della strana maggioranza Alfano, Bersani e Casini.
«Molti dei problemi che oggi i giovani italiani devono affrontare sono frutto del forte debito pubblico e della scarsa crescita e tutte e due queste cose sono in gran parte il prodotto della insufficiente lotta all'evasione fiscale che c'è stata nel passato», ha sottolineato Mario Monti in un'intervista concessa a Report qualche settimana fa e mandata in onda ieri sera. Passera, intervenendo a sua volta a In ½ ora, ha fatto un po’ la storia della riforma criticando velatamente Fornero: «Chi ha enfatizzato la questione dell'articolo 18, anche tra le fila del governo, ha sbagliato. Ma era inevitabile perché anche per chi ci guarda da fuori era diventato una cartina di tornasole. Prima l'articolo 18 stabiliva il reintegro o niente. Abbiamo messo il giudice in condizione di poter graduare il meccanismo, con la possibilità anche di poter far pagare degli indennizzi».
Un'apertura arriva da chi quelle modifiche sull’articolo 18 le ha chieste e ottenute: Bersani. «Voglio essere costruttivo, faremo gli aggiustamenti dovuti in Parlamento ma la riforma va avanti», ha detto il leader del Pd a Tgcom24. E tornando sulla rivisitazione dell’articolo 18: «Ho solo ribadito un principio, in ultima analisi il posto di lavoro non può essere solamente monetizzato, non è una questione sindacale ma morale e civile». Un modo per dire che da ciò che è stato ottenuto non si torna indietro. Ma anche lui apre almeno a una parte della modifiche sulla flessibilità in entrata sollecitate da Confindustria e dal Pdl.
Gli industriali intanto continuano la loro offensiva, anche se lanciando segnali di pace a Monti. Gianpaolo Galli, direttore generale di Confindustria ha scritto una lettera-appello al premier pubblicata dal Sole24ore: «Il governo farebbe bene a riflettere sulle reazioni pressoché unanimi non di questa o quella associazione d'imprese, ma della generalità delle imprese che vedono nella riforma un passo indietro. L'Italia non può permettersi una riforma del lavoro che non sia un deciso passo avanti nella direzione della crescita e dell'occupazione». Ed ecco la parte più buonista: «Siamo ancora in tempo per fare in Parlamento una riforma del lavoro che serva davvero alla crescita. Presidente, si faccia paladino di quel cambiamento vero in cui crede quanto noi. Lei ha un patrimonio di credibilità personale che forse non ha precedenti, lo usi per spiegare alle persone che la crisi purtroppo non è finita e che serve una seria riforma del lavoro». Immediata la sponda del Pdl con Gasparri e Fabrizio Cicchitto: «Quando i problemi riguardano serie questioni di contenuto, essi non possono essere liquidati con battute arroganti. Il direttore generale di Confindustria, persona solitamente assai moderata, pone al governo una serie di problemi riguardanti la flessibilità in entrata e la riscrittura avvenuta al di là dell'intesa fra le parti di aspetti della flessibilità in uscita che non possono non essere presi in considerazione dal governo perché non si tratta di una manovra politica ma di questioni essenziali che riguardano la vita delle imprese e l'occupazione dei lavoratori».