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Data: 25/04/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Salari mai così male dall’83 cresce il divario con i prezzi

ROMA Solo due dati per fotografare il drammatico impatto di una crisi che continua a mordere: la forbice tra salari e prezzi, registrata a marzo, non è mai stata così ampia dal ’95, cioè da diciassette anni a questa parte. E l’aumento degli stipendi non è stato mai così basso addirittura dal 1983, cioè da quasi un trentennio. Le cifre sfornate dall’Istat suonano come la conferma della situazione di stallo dell’economia che fa sentire le sue pesanti ricadute sull’occupazione e sulle retribuzioni. Inevitabilmente. La fase di crescita è ancora di là da venire. Oltre tutto, un lavoratore dipendente su tre è ancora in attesa di rinnovare il contratto. Nella pubblica amministrazione i rinnovi sono bloccati da quattro anni, lo resteranno fino al 2014. Più realisticamente, fino a tutto il 2016, visto che per firmarne di nuovi sono necessari in media 27 mesi. Come dire che i dipendenti statali potrebbero restare ben otto-nove anni con i vecchi accordi di categoria.
L’ultimo rilevamento del nostro istituto di statistica dice che a marzo i salari sono rimasti fermi rispetto a febbraio. Su base annua l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie è stato dell’1,2% mentre l’inflazione è cresciuta del 3,3%. Una differenza secca del 2,1% che rappresenta la forbice più alta dal ’95 quando fu registrato un divario di 2,4 punti percentuali. Sempre a marzo le retribuzioni orarie contrattuali sono salite dell’1,7% su base tendenziale e per ritrovare un livello tanto basso bisogna tornare 1983. Un risultato per altro frutto dell’incremento esclusivo delle buste paga dei dipendenti privati in quanto quelle dei pubblici sono invariate dal 2007-2008.
L’Istat aggiunge che i settori che presentano gli aumenti salariali maggiori sono quello tessile, dell’abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%), chimico, gomma, plastica e lavorazioni di minerali non metalliferi e quello delle telecomunicazioni (2,7%). Crescita zero, invece, oltre che nel comparto pubblico anche in quello del credito, assicurazioni e agricolo. A fine marzo i dipendenti in attesa di rinnovo contrattuale erano il 32,6% in totale e del 12,3% nel solo settore privato. Cioè uno su tre in generale, uno su sei tra i lavoratori privati. Attualmente in vigore sono 42 accordi che regolano il trattamento economico di 8,8 milioni di persone, cui corrisponde il 61,8 del monte retributivo complessivo. Dovranno esserne rinnovati 36, di cui 16 nell’ambito della pubblica amministrazione. Essi riguardano circa 4,3 milioni di dipendenti, di cui circa 3 impiegati nell’apparato statale. Tutti sono pregati di armarsi di pazienza: dovranno aspettare almeno 27 mesi per i rinnovi.
Preoccupata la reazione dei sindacati. Il leader della Cgil, Susanna Camusso, rileva che «i lavoratori pubblici sono al quarto anno di blocco contrattuale mentre i contratti privati vengono rinnovati con grande difficoltà. I dati Istat confermano quello che diciamo da tempo ovvero che la condizione dei lavoratori peggiora». Secondo il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni «i salari fermi sono lo specchio della situazione del Paese, se non si abbassa la pressione fiscale non si potranno alzare gli stipendi e risollevare i consumi». «Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione - sottolinea il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella - che i lavoratori si stanno impoverendo».

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