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Pescara, 05/04/2026
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Data: 26/04/2012
Testata giornalistica: Il Tempo d'Abruzzo
La gente guarda ma non compra. Negozi aperti nei giorni di festa Pochi affari e tante polemiche

PESCARA Il lungo ponte a cavallo tra il 25 aprile e il primo maggio non sembra sortire gli effetti sperati per il mondo del commercio. Ieri, complice il bel tempo, i centri cittadini abruzzesi si sono riempiti di giovani e famiglie al passeggio. I sindacati, per onorare due festività ricche di significati, e per protestare contro la liberalizzazione delle aperture decisa dal governo Monti, avevano esortato i commercianti a tenere le saracinesche abbassate. Lo sciopero è fallito, ma gli operatori del comparto hanno pochi motivi per sorridere. «Le vendite vanno malino, come tutti i giorni - dice Fabiola Colasacco, titolare del negozio di scarpe Leda, nel centro di Pescara - in giro non ci sono soldi e rispetto agli altri anni scontiamo un calo del 30%». Prevale lo shop watching: si ammirano le vetrine dei negozi e quando si entra, quasi sempre si esce a mani vuote. Colasacco contesta la liberalizzazione: «Non genera benefici e la difformità disorienta i clienti». I negozianti, in effetti, sembrano agire in ordine sparso: sul corso principale di Pescara tutti aperti, man mano che ci si allontana dal centro aumentano le saracinesche abbassate e in periferia è serrata generale. Inoltre, tra chi ha scelto di lavorare, c'è chi apre per l'intera giornata, chi soltanto il pomeriggio e chi unicamente la mattina. A storcere il muso sono soprattutto i dipendenti delle grandi catene, ai quali le aziende impongono di lavorare anche nei giorni di festa. «La liberalizzazione ci costringe a restare aperti praticamente tutto l'anno - spiega la responsabile del punto vendita di un noto marchio internazionale - avremmo bisogno di assumere altro personale, ma non si lavora, non si fattura e dunque non è possibile farlo». Le fa eco Roberta De Massis, direttrice di Iana, uno dei pochi negozi aperti in via Firenze. «Se il gruppo decide di aprire ogni domenica devo lavorare ogni domenica - rileva - però devo ammettere che i risultati ci sono, visto che abbiamo già superato gli ottimi incassi della domenica delle palme». È sconfortato Giuseppe Placidi, titolare di Margaretha, in via Piave. «Mai visto un periodo così nero e oggi avremmo anche potuto restare chiusi - sospira il commerciante - ma dobbiamo almeno provare a fare fronte alla concorrenza sleale dei centri commerciali». Eppure, anche negli iper dell'area metropolitana, le cose non sembrano andare meglio: si passeggia, si pranza nei ristoranti, si prende un caffè e magari si fa la spesa. Ma i negozi sono semivuoti. «Le famiglie sono con le spalle al muro e comprano l'indispensabile - osserva Carmine Odierno, titolare della catena di negozi d'abbigliamento Malcom, che ha un punto vendita all'Iper di Città Sant'Angelo - oggi anche il vestiario è diventato un lusso». Il gruppo contava 20 esercizi commerciali in tutta Italia, ma è stato più che dimezzato dalla crisi: «E purtroppo abbiamo dovuto licenziare la metà della forza lavoro anche dove siamo ancora aperti». L'imprenditore si sente solo e strozzato dal sistema del credito: «Avevo aperto un fido con uno sforo di 150 mila euro al tasso del 4% e la prima volta che ho oltrepassato il limite, senza neanche essere avvisato, la banca mi ha applicato un tasso del 13%»

Ora è guerra tra grandi e piccoli
Confesercenti: servono delle regole anche per i lavoratori Di Tillio: «Tutto ciò che è libero favorisce i consumatori»

PESCARA È la battaglia di Davide contro Golia, quella ingaggiata dai piccoli commercianti abruzzesi contro l'assalto della grande distribuzione organizzata. Un conflitto particolarmente evidente nell'area metropolitana Chieti-Pescara, che vanta la più alta concentrazione in Europa di megastore e ipermercati ed è anche la più colpita dalle chiusure legate alla crisi. La scintilla che ha riacceso il dualismo è il decreto Salva-Italia del governo Monti, che liberalizza i turni e gli orari di apertura delle attività commerciali. «Un provvedimento adottato nel nome dell'Europa - osserva polemicamente Enzo Giammarino, direttore generale di Confesercenti - quando nessun Paese d'Europa è privo di norme che regolamentino le aperture dei negozi». Secondo Giammarino non è possibile restare aperti tutti i giorni, a qualsiasi ora: «Ci sono diritti dei lavoratori e degli esercenti che vanno tutelati, e festività che meritano di essere rispettate». La crisi, nel frattempo, continua a mietere vittime. «Non ci sono soldi, i consumi crollano e si fa fatica a tirare avanti - rimarca il direttore di Confesercenti - la liberalizzazione delle aperture non è che l'ultimo atto della sfida lanciata dalla grande distribuzione ai piccoli negozianti». L'assessore regionale allo Sviluppo economico, Alfredo Castiglione, ha annunciato un provvedimento che regolamenterà i turni domenicali e festivi, e congelerà le aperture di nuovi ipermercati. Sindacati e associazioni di categoria plaudono alla legge, ma il rischio è che si inneschi un conflitto di natura costituzionale. «È il decreto del governo Monti ad essere fuori dalla Costituzione - ribatte Giammarino - bisogna capire se siamo il Paese delle autonomie o meno, perché la riforma del titolo quinto sancisce chiaramente che la regolamentazione del commercio e del turismo è materia di competenza regionale». La grande distribuzione, che in questi giorni sta subendo l'attacco concentrico di associazioni di categoria, sindacati ed esponenti politici, prova a difendersi. «Tutto ciò che è libero porta giovamento ai consumatori e più in generale alla collettività - afferma Enrico Di Tillio, vicedirettore del Megalò di Chieti Scalo - c'è bisogno di una logica di complementarità tra negozi di vicinato e grande distribuzione». Di Tillio invita i commercianti a seppellire l'ascia di guerra. «La grande distribuzione è ormai una realtà globale che non può essere avversata pensando di competere ad armi pari - dice - ma ci sono gli spazi per collaborare, come dimostriamo quotidianamente aprendoci a molte realtà locali, o sponsorizzando eventi come il Buskers Festival, che ogni anno anima il centro di Chieti». I numeri sembrano dargli ragione: «A parte il mese di febbraio, con la chiusura dovuta alla neve, le vendite sono il linea con gli anni precedenti, e abbiamo solo due spazi vuoti che stanno per essere riattivati».

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