La protesta continua il Primo maggio. Saia: la Regione intervenga
Per Acerbo (Rc) sbagliano anche i Consumatori
PESCARA. Acquista più valore simbolico che partecipativo lo sciopero indetto contro l’apertura di centri commerciali e negozi nel giorno di festa di ieri. Quasi nessuno, secondo quanto rilevano gli stessi sindacati, non ha lavorato; così come non risulta che centri commerciali, che avevano programmato l’apertura, abbiano fatto marcia indietro. Ma il dibattito è ampio.
Davanti ai centri commerciali che sono rimasti aperti si è svolta la campagna di volantinaggio organizzata dai sindacati e che continuerà fino al 1 maggio, altro giorno di festa in cui sarà possibile lavorare. Al centro della polemica ci sono il decreto Monti sulle liberalizzazioni e la normativa regionale sul commercio definita lacunosa perché non è in grado di regolamentare il settore.
Il consigliere regionale dei Comunisti italiani Antonio Saia coglie l’occasione per presentare un’interrogazione al presidente della giunta regionale Gianni Chiodi e all’assessore al Commercio Alfredo Castiglione per sapere se la Regione intende impugnare presso la Corte Costituzionale il decreto «configurandosi una violazione della norma che affida alle Regioni la competenza in materia di orari commerciali».
Inoltre Saia chiede se intendano provvedere nell’immediato a dare una regolamentazione, più volte annunciata, delle norme regionali relative al commercio, «per esempio con un testo unico che raccolga le varie disposizioni in vigore», e infiene se intendano intervenire presto per esigere la chiusure il 1 maggio e 2 giugno».
Ieri l’attività di volantinaggio è stata portata avanti anche da Rifondazione comunista. Il consigliere regionale Maurizio Acerbo è stato a Città Sant’Angelo. «Dispiace dover leggere prese di posizione come quelle di alcune organizzazioni di consumatori che sembrano ignorare che in gran parte d’Europa non vi è stata alcuna deregulation». «A me interessava sollevare il problema e l’impatto è stato più mediatico e all’interno della politica e delle cultura», sottolinea Luca Ondifero della Cgil, «meno tra i lavoratori, ma non perché non condividono il significato della nostra azione, ma perché il lavoratore è in condizioni contrattuali spesso difficili. E scioperare diventa quasi un oltraggio alle imprese».