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Pescara, 05/04/2026
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Data: 27/04/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Riforma del lavoro e art.18 - Lavoro, ultimatum Pdl: se non cambia votiamo no. Fornero: non mettere a repentaglio un apprezzabile equilibrio

ROMA Altro che corsia preferenziale e tempi rapidi. Il disegno di legge sulla riforma del lavoro arriva in Commissione Lavoro del Senato già appesantito da oltre mille emendamenti (1.048) ed a palazzo Madama rischia di restarvi. Impantanato, silurato. Perché il Pdl alza immediatamente le barricate: così com’è, noi non lo votiamo. Il primo avvertimento arriva in tarda mattina, quasi in sordina, dal vice presidente della Commissione, Giuliano Cazzola, che avverte come la velocità del ddl non sia una variabile indipendente, ma legata all’accettazione delle modifiche proposte dalla maggioranza. Se non fosse chiaro, nel pomeriggio parte l’ultimatum del presidente, Maurizio Gasparri: «Molte cose vanno cancellate, altre corrette. Se ciò, come speriamo, avverrà daremo un contributo a una rapida approvazione, ma se non dovesse avvenire, lo diremo con chiarezza. Il governo non potrà contare sull’apporto del Pdl se insiste su norme che distruggerebbero occupazione anziché crearla. Va rivista la flessibilità in ingresso». Prendere o lasciare. Punto e a capo.
Le correzioni che il Pdl chiede sono sintetizzate (almeno in parte) negli emendamenti che presenta l’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Cinque. Sui contratti a termine, sulle partite Iva, sull’apprendimento permanente. In questi tre casi le proposte del governo contenute nel disegno di legge dovrebbero essere semplicemente soppresse. In altre parole, si dovrebbe tornare all’antico. Poi altri due correttivi che dovrebbero escludere i professionisti dall’aumento delle aliquote, previsto per la gestione separata dell’Inps che resterebbe esclusivamente per gli scritti per i quali l’obbligo contributivo gravi su un soggetto terzo.
L’altolà è formalizzato. Mario Monti comunque «spera» che la riforma possa diventare legge rapidamente; il ministro del Welfare, Elsa Fornero, auspica tempi brevi e avverte, da parte sua, che sono «poche» le modifiche possibili. «Il nostro obiettivo principale - sottolinea - è il bene comune e la nostra riforma ha lo scopo di costruire un mercato del lavoro più inclusivo e di dare la possibilità di impiego a tutte le persone adulte. Arriva in un momento di crisi, ma noi dobbiamo guardare oltre in modo dignitoso e con equità. Non bisogna mettere a rischio il buon equilibrio raggiunto». Evidentemente, l’impianto non potrà essere stravolto. Per il titolare del Welfare è un punto fermo. «Le cose ragionevoli si possono prendere in considerazione», dice. Su altri argomenti, il ministro, glissa. Le modifiche all’articolo 18 sulla questione dei licenziamenti disciplinari? «Vedremo, non posso rispondere perché non so di cosa si stia parlando». Poi una puntualizzazione: «Non sono solo il ministro dell’articolo 18. La riforma è ampia ed è composta da 72 articoli. Abbiamo dialogato per tre mesi con le parti sociali, di articolo 18 abbiamo parlato solo al termine di un lungo percorso e il governo non si è mai posto l’obiettivo di smantellarlo. Alcuni giudizi non li ho compresi». Infine, un chiarimento: per il momento è «impossibile» abbassare gli oneri sociali sul lavoro perché non si possono avere servizi da Stato assistenziale e pensioni generose (non sotto il profilo dell’importo, ma dei tempi di pensionamento) «senza contropartita in termini assicurativi».
Governo costretto a blindare, o quasi, la riforma sul centro-destra, ma anche sul centro-sinistra. Perché un altro non secondario emendamento arriva da Paolo Nerozzi e Achille Passoni, parlamentari del Pd e già sindacalisti della Cgil: i lavoratori, aderenti alle maggiori confederazioni, dovrebbero poter aver diritto (per legge) a costituire rappresentanze aziendali. Se accolto, aprirebbe di nuovo le porte della Fiat agli uomini della Fiom.

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