Un emendamento Idv-Lega smonta il benefit per i superdirigenti
ROMA - A 48 ore dall’affondo di Mario Monti nei confronti del Pdl, arriva la risposta parlamentare del centrodestra. Risposta indiretta, per carità, nessun nesso ufficiale, ma tant’è. Il Senato taglia le unghie alle banche e ai grand commis e, contemporaneamente, manda sotto il governo Monti, battuto da una maggioranza composita composta da Pdl, appunto, Lega, Idv e parte del Pd. Ieri pomeriggio nell’aula di palazzo Madama si votava in prima lettura il testo di conversione in legge del decreto correttivo sulle commissioni bancarie. Si trattava, cioè, di approvare una serie di modifiche al dl Salva Italia.
L’imboscata scatta nel primo pomeriggio, quando due senatori del Pdl, Lucio Malan e Ada Spadoni Urbani, presentano e poi ritirano un ordine del giorno che subordinava qualsiasi intervento sulle pensioni alla soluzione della questione degli esodati. Gli ordini del giorni vengono uno accolto (Spadoni) e uno ritirato (Malan). A quel punto scatta la presentazioni degli emendamenti al dl: sono quattro, uno fotocopia dell’altro, li presentano i gruppi dell’opposizione di Lega e Idv e dicono tutti la stessa cosa: la norma proposta dal governo che consente trattamenti previdenziali privilegiati anche a quei manager pubblici che, con il tetto degli stipendi, avevano già subito una riduzione delle retribuzioni, non va bene, va abolita. La relatrice del dl, Simona Vicari (Pdl), esprime parere negativo, il governo pure, poi interviene Giacomo Caliendo (Pdl) e fa capire che l’imboscata ha l’imprimatur del partito. Si vota e il governo finisce sotto. Il tabulato dell’aula dice 124 sì, 94 contrari e 12 astenuti (che, al Senato, valgono come voto contrario). Vuol dire che ben 72 senatori del Pdl hanno votato a favore, Idv e Lega (in tutto sono 35) ovviamente pure, ma ci sono anche otto ribelli nel gruppo del Pd (tra cui il senatore Sergio Zavoli e Paolo Giaretta, responsabile economico dei democrat al Senato), più due senatori di Api-Fli e quattro di Udc-Svp. Roberto Castelli (Lega) esulta per la rinascita della vecchia maggioranza, mentre Lega («affossata la norma per i grand commis») e Idv («il governo non ha più la maggioranza») si contendono il merito per aver voluto e promosso l’emendamento.
Ma cosa dice, la norma abrogata? Il governo, con l’articolo inserito a integrazione di un comma del dl Salva Italia, quello che ha stabilito un tetto agli stipendi dei manager pubblici (circa 300 mila euro), voleva stabilire che tale taglio di stipendio fosse ininfluente ai fini della definizione della pensione per la parte calcolata con il metodo retributivo. Insomma, nonostante il taglia-stipendi, la pensione dei grandi manager si sarebbe dovuta calcolare sui vecchi stipendi, e non su quelli ridotti. La clausola – fa sapere ora il governo - era stata voluta soprattutto per rispondere alle obiezioni emerse dopo il decreto Salva-Italia, in particolare quelle afferenti alcune sentenze della Consulta.
L'inusuale maggioranza targata Idv-Lega-Pdl, però, non ne ha voluto sapere, ed ha cancellato l’articolo, anche perché – sbotta il leghista Mazzatorta – «se questa norma venisse spiega ai lavoratori che hanno subito una riforma delle pensioni devastante, avremmo i forconi qui fuori». Ora la patata bollente torna al governo, che dovrà affrontare il nodo della possibile illegittimità di questo taglio delle pensioni d’oro, sempre che la Camera, dove il dl arriverà per l’approvazione definitiva, non tolga la castagne dal fuoco a Monti e ai grand commis, modificando la norma di nuovo e rimandando l’intero dl (che va convertito al massimo entro il 23 maggio) al Senato.
Il sottosegretario allo Sviluppo, Claudio De Vincenti, non si sbilancia: «E’ ancora presto per stabilire se il governo ripristinerà il comma soppresso», dice, mentre il ministro allo Sviluppo, Corrado Passera, esclude fibrillazioni dei partiti e dice: «Il Parlamento è dominus su tutte le proposte, ha sicuramente le sue ragioni, ne prendiamo atto». I sindacati, invece, esultano, dalla Cisl alla Cgil. La conversione finale in legge del dl correttivo sulle commissioni bancarie è passata, alla fine, con 207 sì, 27 no e un astenuto. Tra le altre modifiche rilevanti alla prima versione, quella che impone alle banche di non far pagare commissioni bancarie alle famiglie che vanno in ‘rosso’, anche se per pochi euro (500 al massimo) e qualche giorno (sette giorni a trimestre).