ROMA - Un «consiglio», ovviamente richiesto, Giuliano Amato è chiamato a darlo al presidente del Consiglio anche su come contenere i costi dell’attività sindacale. A differenza dei partiti che annualmente incassano una quota di rimborso elettorale, i sindacati non percepiscono finanziamenti diretti e per legge hanno solo l’obbligo della registrazione presso uffici locali e nazionali.
Il governo intende però contenere una spesa indiretta dell’attività sindacale che va sotto il nome di distacchi e di permessi. Secondo calcoli relativi al 2009, i distacchi nel pubblico impiego, interamente a carico dello Stato, ammontano a 3079 unità con un costo per la collettività stimato sui 120 milioni di euro annui, di cui un terzo soltanto nel comparto scuola e università.
L’attuale situazione è già frutto di una drastica riduzione effettuata con decreto nel 2008 dal ministro Renato Brunetta, che ha portato ad ulteriori riduzioni (circa 700 unità), lo scorso anno. A suo tempo il ministro Brunetta illustrò la relazione presentata in Parlamento con dati impressionanti che calcolavano in 830.598 le giornate di distacchi retribuiti, corrispondenti ad un anno di assenza dal servizio di 2.276 dipendenti, a cui vanno sommati altri 47 dipendenti per le 17.095 giornate di permessi. 263.466 le giornate di permessi retribuiti per l'espletamento del mandato, corrispondenti all'annuale assenza di 1.198 dipendenti. 115.868 le giornate per le riunioni degli organismi direttivi statutari e 140.169 le giornate di aspettative e 2.178 di permessi non retribuiti, che equivalgono a 394 dipendenti assenti per un anno.
Malgrado i tagli di Brunetta, il governo intende però intervenire ancora e l’ex presidente del Consiglio è chiamato a suggerire ulteriori tagli anche sul fronte dei permessi che, secondo calcoli relativi al 2010, costano all’erario 10 milioni di euro. Ovviamente il settore più colpito dalla possibile riduzione sarà quello dell’istruzione nel quale si annidano altre pesanti inefficienze come quella relativa ai distacchi, non per attività sindacali, in altri dicasteri o nella stessa presidenza del Consiglio.
Una ulteriore restrizione ai distacchi sindacali potrebbe riproporre di attualità la legge sulla rappresentanza sindacale. Tra «i suggerimenti» che l’ex ministro ed ex presidente del Consiglio darà a Monti potrebbe quindi ritrovare fiato proprio un ddl che sia in grado di quantificare la consistenza delle molteplici sigle sindacali. Non servivano certo le recenti notizie legate all’inchiesta sui finanziamenti alla Lega, per rendere di nuovo noto che alcune sigle sindacali come il Simpa o i vari Cobas, hanno consistenza modesta rispetto a Cgil, Cisl e Uil che da anni chiedono una legge che certifichi l’effettivo numero di iscritti e consenta quindi la firma di accordi sulla base dell’effettiva rappresentatività. Vista la delicatezza della materia, che si intreccia a quella che riguarda il finanziamento ai partiti, e l’urgenza di reperire rapidamente ulteriori risorse, è possibile che il governo decida di intervenire con decreto obbligando anche i sindacati a presentare bilanci che tengano conto anche delle attività dei patronati e dei Caf.
Se su un ddl che regoli la rappresentanza la Triplice sindacale è d’accordo, meno sintonia con il governo c’è sul fronte della riduzione dei distacchi che per il sindacato rappresentano una fonte consistente di manodopera.
Obiettivo della spending review avviata dal governo, e che riguarderà anche la riorganizzazione delle spese di molti ministeri, è quello di contenere gli sprechi ed «incassare» i quattro miliardi necessari ad evitare l’aumento dell’Iva già previsto dal precedente governo come misura emergenziale. Resta da vedere se, dopo le elezioni amministrative di maggio, il governo riuscirà a superare le persistenti resistenze che si annidano nei partiti e nel sindacato quando si tratta di incidere sui costi della pubblica amministrazione.