ROMA - Non si placa la polemica sugli esodati, quei lavoratori che sono usciti dalle aziende contando sul pensionamento a breve e che ora a causa delle nuove norme sul sistema previdenziale rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione. Dal ministero del Welfare fanno sapere che il decreto attuativo sui 65.000 ”salvaguardati” è pronto e sarà emanato a giorni, forse già domani o dopodomani. Ma i sindacati, Cgil in testa, insorgono: mercoledì 9 maggio sono stati convocati dal ministro Fornero proprio per parlare dei lavoratori intrappolati nelle maglie delle modifiche al sistema previdenziale, avviare il tavolo con il decreto appena varato - accusano - è la dimostrazione che non c’è voglia di dialogo.
«Fare un decreto il giorno prima della convocazione vuol dire che non c’è volontà di relazione con le forze sociali. Sarebbe una scelta che dice che non c’è confronto» attacca il leader Cgil, Susanna Camusso, che comunque conferma la presenza della Cgil al tavolo del 9 maggio.
Toni più soft nella forma, ma identici nella sostanza in casa Cisl: «È importante e necessario che confronto avvenga prima di mettere mano ad una normativa che deve trattare tutte le casistiche» afferma il segretario confederale con delega alla previdenza, Maurizio Petriccioli. E così il segretario dell’Ugl, Giovanni Centrella: «Emanare un decreto prima del confronto con i sindacati equivarrebbe a disconoscerne il ruolo».
Dal Welfare però insistono e stretti collaboratori del ministro spiegano: non c’è nessuno sgarbo istituzionale, il decreto sui 65.000 è relativo agli esodati così come individuati dal ”salva Italia” e le successive integrazioni del decreto milleproroghe, il tavolo del 9 maggio riguarda un’altra platea quella degli ”esodandi” per i quali c’è tutta la volontà di trovare soluzioni adeguate. Insomma si tratta di due problematiche diverse e quindi è giusto affrontarli in momenti differenti.
Il problema però è proprio qui. I sindacati contestano la cifra dei 65.000 individuata dal governo e dicono che sono molti di più. La stessa Inps, tra l’altro aumenta la platea a 130.000 persone, ma specifica non c’è contraddizione con i dati del governo: l’istituto di previdenza, infatti, si riferisce ad un arco di tempo più lungo, i prossimi quattro anni anziché i due considerati dal governo. Di qui, tra l’altro, la differenziazione lessicale tra esodati (chi si troverà senza stipendio e pensione nei prossimi due anni) e esodandi (attualmente legati all’azienda con ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione e la mobilità, che di fatto avrebbero dovuto essere uno scivolo verso la pensione). La politica dei due tempi non piace nemmeno al partito di Bersani. Dice il senatore Pd Achille Passoni: «Basta pasticci. Sarebbe un errore procedere a comparti stagni, perché occorre invece trovare una soluzione subito per tutta la platea che è interessata dalla normativa. Il ministro non sprechi l’occasione di trovare una soluzione condivisa con i sindacati».