In 500 lanciano pietre a Rancitelli contro case e auto degli zingari. La sassaiola bloccata vicino a via Tavo dall’intervento dei capi ultrà
PESCARA. Puntano a via Tavo e al Ferro di cavallo, l’agglomerato di case popolari con i rom che fanno i padroni. Sassi contro i rom, contro le case, contro le macchine. Esplode la rabbia degli ultrà quando sono quasi le 12 di ieri: una frangia del corteo di protesta contro i rom si stacca e, da una piazza Italia gremita come la curva di uno stadio, punta dritta verso Rancitelli. In marcia verso il quartiere dei rom per vendicare Domenico Rigante, ucciso a 24 anni nella notte del Primo maggio scorso con un colpo di pistola esploso da Massimo Ciarelli, arrestato 48 ore fa dopo 4 giorni di latitanza e rinchiuso nel carcere di Vasto: «Tutti a Rancitelli, tutti a Rancitelli», urlano così cinquecento persone dirette verso le strade dello spaccio di droga. L’obiettivo è via Tavo, la strada che taglia in due Rancitelli con un concentrato di case popolari usato anche come centro di smistamento di droga, all’ingrosso e al dettaglio. È da via Tavo che si irradia il potere dei rom. Ed è a via Tavo che gli ultrà vogliono arrivare. Via Tavo prima e, poi, una spedizione anche in via Lago di Borgiano, passando da via Lago di Capestrano: una manifestazione per riprendersi una parte di Pescara.
I pochi rom rimasti a Rancitelli si chiudono tutti in casa: gli altri se ne sono andati già via per paura della rappresaglia degli ultrà dopo l’omicidio della follia. «I rom? Sono spariti», conferma il questore Paolo Passamonti. Si sentono in trappola i rom e cominciano a telefonare al 113: hanno paura di finire nelle mani dei tifosi e invocano aiuto. Succede il contrario di quello che accade tutti i giorni a Pescara. Stavolta, sono i rom ad avere paura: hanno paura delle molotov, come quelle lanciate nella stessa notte dell’omicidio contro la casa del presunto assassino in vicolo Moro. «Venite, venite», chiedono i rom alla sala operativa della polizia, «qua stanno arrivando i tifosi. Dovete venire. Subito, subito». Rancitelli diventa un obiettivo sensibile: i blindati della polizia chiudono i varchi d’accesso a via Tavo e a via Lago di Borgiano. Rancitelli diventa una zona rossa: inaccessibile.
Ma non ci sono soltanto rom a Rancitelli: la parte buona del quartiere, i sottomessi di tutti i giorni, si affaccia alla finestra e vede come una liberazione la protesta dei tifosi. Dalle finestre arrivano anche gli applausi: è come rialzare la testa davanti ai tiranni.
Il corteo - in testa ci sono anche i militanti di Forza Nuova, secondo l’Ansa c’è anche il segretario regionale Marco Forconi, candidato sindaco a Montesilvano, ma Forconi non conferma - raggiunge via Alpi, una traversa di via Aterno: l’ombra del Ferro di cavallo quasi si allunga fino alla testa del gruppo. È qui che comincia la sassaiola: pezzi di marciapiedi sradicati con le mani e gettati con tutta la forza verso le centrali della prepotenza rom. Pezzi di pietre lambiscono le auto parcheggiate lungo la strada, una Skoda Fabia e una Fiat Seicento.
Accanto al Ferro di cavallo si stagliano le incompiute del quartiere: sono i palazzi ex Clerico, ruderi da 35 anni, che i tossicodipendenti usano come rifugio. I pezzi di marciapiedi continuano a piovere sulla strada.
Nel quartiere dei rom, la tensione sale e la possibilità di uno scontro c’è: ma, da una parte, i rom restano invisibili e, dall’altra, i capi ultrà e Antonio Rigante, il gemello della vittima, riescono a fermare l’onda dei tifosi. Poche parole per trattare e la guerriglia urbana rientra: i tifosi lasciano a terra le pietre, girano e se ne vanno. Il loro segnale è stato lanciato. E i rom l’hanno raccolto e hanno paura.
«Non è successo niente grazie all’intervento di un gruppo di tifosi. Ma la tensione è ancora alta», spiega il questore Passamonti che annuncia controlli su controlli e non soltanto a Rancitelli. Il sindaco Luigi Albore Mascia conferma che la tensione non si placa: «Il clima è ancora molto teso», dice. «No alla giustizia fai da te», per il presidente della Provincia Guerino Testa. È per evitare una faida tra tifosi e rom che i rinforzi, con l’arrivo del reparto Mobile di Senigallia, restano a Pescara: le forze dell’ordine vogliono passare al setaccio anche Fontanelle e Colli, altre due zone dove la presenza rom è forte e ingombrante.
«Presenza costante nei territori a rischio», spiega il questore, perché, dopo il delitto, la tutela dell’«ordine pubblico» resta difficile da garantire.
Il questore: rom in fuga, hanno paura
La rappresaglia dei tifosi fa svuotare Rancitelli, chi resta si chiude in casa
Abbandonata la casa di Ciarelli I residenti «Adesso in strada non si vedono più i soliti prepotenti»
PESCARA. La casa del rom Massimo Ciarelli, 29 anni, in vicolo Moro, lungo via Aterno, sembra abbandonata: tapparelle abbassate e cancello rotto vicino alle statue di gesso degli angeli e dei cavalli. «Non c’è nessuno da due giorni», racconta un vicino di casa, «se ne sono andati ma, poi, tornano, tornano».
La famiglia del presunto assassino di Domenico Rigante, l’ultrà di 24 anni ucciso con un colpo di pistola nella notte del Primo maggio scorso, non è l’unica ad aver lasciato Pescara: i rom sono in fuga per paura della rappresaglia dei tifosi. A casa di Ciarelli, nella notte dell’omicidio, due molotov sono già arrivate. «I rom? Sono spariti», conferma il questore Paolo Passamonti. Il capo della squadra mobile Pierfrancesco Muriana dice: «Sono rimasti soltanto quelli agli arresti domiciliari. Dei capi, qualcuno è andato via, qualcuno è rimasto». Se ci sono, i rom a Pescara sono diventati quasi invisibili e un’altra dichiarazione del questore fa capire quanto: «Sabato, due rom hanno tentato un furto in una casa. Proprio due temerari che hanno sfidato questo di clima di tensione».
Con la rabbia dei tifosi che non si placa, rabbia contro l’impunità e la prepotenza, si svuota il quartiere Rancitelli: Passamonti conferma le voci di una autentica «paura» che si è impadronita dei rom. Quasi un esodo verso i piccoli centri di campagna in provincia, lì dove i rom sono proprietari di tenute, oppure fuori dall’Abruzzo, ospiti di parenti. Chi resta, invece, se ne sta rintanato dentro casa. Una fotografia basta per raccontare quello che sta accadendo: via Lago di Capestrano, tutti i giorni piena delle auto di lusso dei rom e dei capi nomadi che giocano a carte sui tavoli di plastica e ascoltano musica a tutto volume, è deserta. Un silenzio assordante. Sono le 12 di ieri e in strada ci sono soltanto poliziotti.
«È cambiato tutto, come il giorno e la notte», dice una residente, «di solito a quest’ora stanno tutti fuori casa a giocare a carte e con la radio a tutto volume. Se ne stanno in mezzo alla strada senza fare niente anche se, poi, hanno le macchine da signori. Adesso, invece, non si vede più nessuno. Noi siamo qui da 38 anni», prosegue, «e non possiamo fare altro che sopportarli anche se loro spadroneggiano e così ci tolgono la vita. Qua sono loro a decidere e noi quelli che si devono adeguare alla loro legge. Sono prepotenti, hanno i soldi, lo sanno tutti, e si possono pagare gli avvocati: così anche se li arrestano, alla fine, finisce sempre che tornano a casa». Ai domiciliari o liberi, spiega ancora la residente, fa poca differenza. Ma i residenti onesti temono la calma di oggi e di ritrovarsi al centro di una faida.
Negli ambienti investigativi, si parla di comunità rom «spaccata» specie tra i due quartieri dove sono più insediati, Rancitelli e i Colli. Passamonti assicura più controlli per tenere sotto controllo l’ordine pubblico ma, dice, «vorrei ricordare che i rom sono cittadini italiani a tutti gli effetti, stanziali dagli anni Quaranta e che non tutti sono dei delinquenti».
Non solo a Pescara, ma anche nei centri della provincia iniziano a montare l’insofferenza verso i rom e a spuntare scritte e minacce a dimostrazione di quanto è tesa la situazione dopo il delitto Rigante. Su un muro di Montesilvano, sono apparse due scritte: «Zingari al rogo» e «Domenico nel cuore», entrambe a firma della Curva Nord, storico settore dello stadio Adriatico per gli ultrà pescaresi e i Pescara Rangers. Proprio a Montesilvano si avverano due condizioni: una è la presenza forte dei rom, sorvegliati speciali dai carabinieri per i loro traffici di droga; l’altra è che c’é un gruppo, attivo, di militanti di Forza Nuova e il coordinatore regionale, Marco Forconi, è candidato a sindaco.