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Pescara, 17/06/2026
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Data: 08/05/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Grillo esulta: «Partiti morti, ci vediamo in Parlamento». Frana Lega in tutto il Nord, si salva solo Tosi a Verona. A Parma il candidato Cinque stelle va al ballottaggio. Orlando travolge Palermo, azzerato il centrodestra

ROMA - Quasi il venti (19,4%) a Parma, dove manda al ballottaggio il manager informatico Federico Pizzarotti, uno che va in tv e confessa candido che «no, Beppe non l’ho ancora sentito, non ho neppure il suo numero». Qui il movimento Cinque stelle è, allo stato, la seconda forza politica della città (19,8%), appena dietro il primo partito, il Pd, primo con il 25,2%, e inesistenti tutti gli altri. Un sonoro 14% nella sua Genova, dove Paolo Putti non riesce a infilarsi nel ballottaggio, ma dove – a stare alle proiezioni di ieri sera – il Movimento Cinque stelle è il secondo partito, tanto che lo stesso Putti, che da politico consumato aveva messo le mani avanti («comunque vada, sarà un successo»), di fronte ai primi dati fa quello che fan tutti, grillini e non: strabuzza gli occhi.
Un risultato di tutto rispetto, il 9,2%, a Verona, dove il leghista Flavio Tosi vince al primo turno e il tecnico informatico Gianni Benciolini («con siamo antipolitica, siamo una nuova forza politica», il messaggio chiaro, efficace, che scolpisce su Twitter il candidato sindaco) non va al ballottaggio ma straccia il candidato ufficiale del Pdl (8,8%) e il suo partito-non partito vale almeno quanto la Lega (10%). Infine, la ciliegina sulla torta: un sindaco, pur se piccolo. A Sarego, infatti, che si trova in provincia di Vicenza, risulta eletto, pur se per un pugno di voti, Roberto Castiglion. Ingegnere informatico, 32 anni, due figli, attivista del movimento Cinque Stelle solo da gennaio, sono 1.045 i voti assoluti per lui, pari al 35,2%, contro una lista civica, arrivata seconda, e tutti gli altri dietro compresa quella Lega Nord che, proprio a Sarego, amava celebrare i fasti del Parlamento padano.
Altri tempi, ormai. «Eletto il primo sindaco! Avanti così, belìn!», twitta lui, il Capo, Beppe. E, in effetti, Beppe Grillo – inventore, animatore e promoter h 24 del movimento – ha tutte le ragioni per esultare. Lo fa, ovviamente, su Twitter, social network che preferisce, ormai, a Facebook, ma poi salta da un social network all’altro per esprimere la sua gioia fino a You Tube: «Siamo a un cambiamento epocale. I partiti si sono liquefatti», dice qui, in un video. «I partiti sono morti, morti!», posta su Facebook, ma qui aggiunge un profetico: «Ci vediamo in Parlamento... Continuate a offendermi, arriverò al 100%!». In effetti, con questi numeri, l’ipotesi si fa concreta. Perché non solo a Genova Parma e Verona, viaggia sopra la doppia cifra e potrebbe giocarsela ad armi quasi pari con un partito strutturato come il Pd, ma anche nel resto del Centronord (nel Sud le cose cambiano, come dice il 5% di Palermo).
In Toscana, per dire: a Carrara, il candidato grillino è secondo con il 13,67% (primo, ovvio, è quello del Pd, ma sopravanza il Pdl), da Lucca arriva un dignitoso 7,6%, da Pistoia un buon 10,39%. Anche dalle Marche i risultati sono musica, per le orecchie di Grillo, colpito dalle polemiche di Pdl e Pd (causa parcheggio contromano a Fabriano): a Jesi, il grillino è al 17% e ancora a tarda sera sfiora il ballottaggio, a Fabriano stessa il candidato di Grillo è al 15%. Nella rossa Emilia-Romagna, infine, altri successi. A Piacenza il candidato grillino, Mirta Quagliaroli, è terza con il 10% e doppia la Lega Nord, che presentava il deputato Massimo Polledri. Ma i veri colpi grossi i grillini li fanno a Budrio (Bologna) e Comacchio (Ferrara): Antonio Giacon (20,5% a Budrio) e Marco Fabbri (22,3% a Comacchio) costringono il centrosinistra al ballottaggio e, almeno a Comacchio, è la rivoluzione. Uno degli slogan preferito da Beppe Grillo è quello che recita: «Il movimento Cinque stelle è un virus, non una poltrona». Già, ma ora che i grillini di poltrone (tra posti da consiglieri comunali e, a Parma e altrove, forse di sindaci) ne hanno conquistate parecchie.

Frana Lega in tutto il Nord, si salva solo Tosi a Verona.
Confermato sindaco al primo turno, in grande calo i voti di lista

VERONA - Ha vinto Tosi, ha perso la Lega, ha vinto Maroni, ha perso la famiglia Bossi. Sintesi brutale di un voto - quello di Verona - che è un po’ la sfera di cristallo attraverso cui indovinare il futuro del Carroccio. Perché se i padani escono con le ossa rotte da questo giro di urne, a Verona escono ancora più acciaccati. Sembra un controsenso visto il successo pieno e inequivocabile del sindaco Tosi, leghista di antica data. Ma visto che lui è, nel partito, simbolo di chi vuol mettere il vecchio capo Umberto in naftalina, un controsenso non è. La sua lista civica sfiora il quaranta per cento, quella ufficiale con lo spadone di Alberto da Giussano naviga intorno al dieci.
Maroni lo ha subito chiamato per complimentarsi, Bossi invece non si è fatto sentire: «O forse mi ha chiamato e io, in tanta confusione, non ho visto la telefonata» prova a stemperare il sindaco rieletto. La verità è che a Verona non si giocava solo la partita per la conquista del Comune, ma anche, forse soprattutto, lo scontro principale fra le due anime che oggi si contendono la leadership del partito. Adesso quel braccio di ferro ha un vincitore e uno sconfitto ed è un segnale decisivo per un partito che si prepara al redde rationem finale.
Flavio Tosi era sindaco dal 2007, ma era anche, ed è, ariete della pattuglia maroniana che nei tempi recenti si è opposta allo strapotere del clan di Gemonio. Alla fine l’ha spuntata lui, con inevitabili deflagranti conseguenze. A cominciare dal fatto che il confronto fra la sua lista personale e quella del Carroccio si è trasformato - grazie alle facilonerie della politica - nella competizione fra chi sta con il clan di Gemonio e chi invece vuole il rinnovamento totale del partito. E non solo: la possibilità di essere eletto al primo turno è stata interpretata come la possibilità di far trionfare la Lega che «corre da sola» e predica concretezza a dispetto della Lega «fedele ad Arcore» che vive di intrallazzi romani e di populismo.
Ora, pensare che i centotrentamila veronesi fossero consapevoli di scegliere oltre al prossimo sindaco anche l’indirizzo futuro della Lega è esagerato. Però alla fine il loro voto peserà sui destini del movimento padano. Perché Tosi non solo è stato eletto al primo turno con una percentuale - 57 per cento - molto vicina a quella che cinque anni fa gli era stata garantita dall’appoggio del centrodestra al completo (compresa l’Udc), ma nel confronto fra liste ha stracciato quella del Carroccio: 38 per cento alla sua, contro l’11 di quella del partito.
Sono questi numeri che ora consentono a Bobo Maroni di lanciare il modello Verona: «La nuova Lega comincia da qui».

Orlando travolge Palermo, azzerato il centrodestra
Con l’ex sindaco al ballottaggio il candidato del Pd Ferrandelli

PALERMO - Nella capitale della Sicilia del 61 a zero del 2001, nell’altra culla del berlusconismo insieme a Milano (che è stata espugnata da Pisapia lo scorso anno), nella città in cui Silvio riempiva le piazze e i palasport come un nuovo imperatore Federico II, lo tsunami è rappresentato dai due candidati del centrosinistra a Palermo - Leoluca Orlando e Fabrizio Ferrandelli - che sulle macerie del centrodestra andranno a disputarsi il ballottaggio. Il primo dato è la Caporetto del Pdl. Il cui candidato Massimo Costa - quello che esordì dicendo «sono un problem solver» e la reazione fu «cu minchia è?» ma lui non si diede per vinto: «Sono come Alessandro Magno» - non è arrivato al ballottaggio. Fermo all’11,8 con una coalizione, più o meno il centrodestra classico compresa l’Udc, che un tempo qui toccava l’80 per cento e ora sprofonda al 22. I numeri sono molto ballerini, fino a stamane, ma Leoluca è al 48,0 per cento (nella notte a un certo punto dello spoglio ha anche sfiorato la vittoria al primo turno), mentre il suo ex pupillo Ferrandelli diventato nemicissimo sta molto più in basso: al 17,4. Un distacco di trenta punti circa e una delusione vera per il Pd bersaniano che lo appoggia. Soprattutto, un motivo di grande lacerazione nella sinistra questo ballottaggio tra i due che si sono anche fisicamente sfiorati ieri verso l’ora di cena. Orlando prova a tendere la mano a Ferrandelli e quello gli dice: «Ma anche no!». Poi Orlando va a cena con i suoi collaboratori, al ristorante di piazza Bellini, affianco al palazzo del Comune che sente suo, tutti lo chiamavano «sindaco» e lui gongola. Lo sfidante promette battaglia: «Lotterò come un leone contro Leoluca. Accusa me di imbrogli e lui intanto ha inciuciato con la destra e con l’ex sindaco Cammarata per farsi dare i voti sottobanco». Ad Alessandro Aricò, in corsa per il terzo polo al netto dell’Udc, i voti (pochi) sono arrivati dall’8,8 per cento dei palermitani. Risultato: mestizia.
Il super-teste di mafia Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, ha annunciato: «Ho dato il mio voto a Orlando, anche se per mio padre era un acerrimo nemico». Leoluca, «usinnacollando», come lo chiamano tutti, viene festeggiato come il libertador nelle vie del centro ma Ferrandelli: «E’ un restauratore del vecchio». Massimo Costa è sparito e inseguito dal Pdl che lo scarica: «Basta con questi volti da fighetti», fa sapere La Russa. Mentre Cesa, dell’Udc, è più soft: «Bene la coalizione ma abbiamo sbagliato il candidato». «Molti nostri votanti hanno scelto Orlando», si dispiace Francesco Cascio, uomo forte del Pdl e vero sponsor di Costa. Angelino Alfano, da lontano, attacca Orlando che lo ha attaccato. Dice che Leoluca sta facendo «lo spaccone». Il quasi sindaco replica: «Mi fanno il solletico le sue accuse». E comunque, le proiezioni sui voti di lista, anche questi andranno poi meglio definiti, parlano così: l’Idv orlandiano all’11,8 per cento, comunisti e verdi che lo appoggiano al 6,3, Pdl 8,5, Udc 5,8, Grande Sud di Miccichè (altro super-sponsor dello sconfittissimo Costa) 6,4 e il Pd all’8,7. Numeri da prendere con le molle. Quel che è certo è che Orlando ha incassato molti più consensi di quelli delle due liste (Idv e comunisti più verdi a suo sostegno), il che significa che non solo moltissimi elettori democrat hanno scelto lui ma che anche elettori di centrodestra si sono aggrappati a lui che da vent’anni è la bestia nera del berlusconismo. Ma il pessimo governo dell’azzurro Cammarata ha disgustato tutti e fatto rivalutare Orlando, l’usato sicuro.

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