La débâcle. Il presidente della Regione avrebbe voluto De Matteis come candidato sindaco dell’Aquila
PESCARA Lo tsunami delle urne non ha sorpreso più di tanto il presidente della Regione. «La sconfitta? Sì, ce l’aspettavamo, era stata ampiamente prevista dai sondaggi - commenta Gianni Chiodi -. Nella nostra regione la débâcle del Pdl è stata più contenuta rispetto al resto d’Italia, ma pur sempre di sconfitta si tratta». Una batosta annunciata e amplificata, in Abruzzo, da quelle che il governatore definisce «le vocazioni minoritarie di alcune oligarchie locali di partito». Detto in parole povere, a far precipitare il Pdl sono state le vecchie miopi beghe intestine per la conservazione di quote di potere. «Si è preferito mantenere strettamente il controllo del partito anziché puntare alla vittoria a ogni costo attraverso l’allargamento delle alleanze e l’introduzione di elementi nuovi», spiega il presidente. Non è un mistero che a Chiodi sarebbe piaciuto, come candidato sindaco del Pdl all’Aquila, il vice presidente del Consiglio regionale Giorgio De Matteis. Aveva tifato per lui, il governatore, prima che la scelta del partito cadesse su Pierluigi Properzi. Ora al ballottaggio ci è andato De Matteis e non il portabandiera del Popolo della libertà, rimasto fuori dai giochi con il suo risicato 8,20% dei voti. Dunque aveva visto giusto il governatore. «Io avevo sostenuto la necessità di una coalizione allargata - ricorda adesso -. Ritenevo che la candidatura di De Matteis potesse avere molte chance, ero convinto che, per le sue peculiarità e per l’aver collaborato con me nella ricostruzione, Giorgio potesse coagulare molte forze. Invece per il Pdl locale cedere la leadership significava indebolire il partito». Com’è andata a finire, lo dice ora il responso delle schede elettorali. All’Aquila il Pdl è uscito dalle urne non indebolito, ma con tutte le ossa rotte. «La vecchia logica secondo cui, per controllare il partito, devo mettere uomini miei, non è più tollerabile in un contesto in cui proprio i partiti non tirano più - sostiene Chiodi -. Alle elezioni comunali di Roseto, un anno fa, il Pdl ha accettato la candidatura a sindaco di un socialista: il Popolo della libertà ha fatto un passo indietro ma con una solida coalizione siamo riusciti a espugnare una storica roccaforte del centrosinistra». L’analisi di Chiodi suona come una sconfessione dei vertici del Pdl. Non dovrebbero dunque dimettersi? «Le elezioni non si sono concluse, ci sono ancora i ballottaggi...». Il presidente svicola, preferisce dribblare la domanda e allargare lo sguardo a scenari internazionali. «La sconfitta del Pdl non si può comunque ridurre solo a una questione di candidature - afferma -. La crisi penalizza chi governa, è già successo in Francia, Grecia, Germania, Inghilterra. Gli elettori pensano che la politica abbia capacità palingenetiche e invece i miracoli non si possono fare: le cause della crisi affondano nel passato, non nel presente di chi governa oggi. C’è poi un problema di rappresentatività dei partiti, che non hanno saputo rinnovarsi». Il vento è cambiato e probabilmente cambierà ancora da qui alla fine del 2013, quando ci saranno le elezioni regionali. Che deve fare il Pdl, per recuperare terreno? «Io sono fautore delle larghe alleanze nell’area dei moderati - dice Chiodi -. La mia è una formazione civica, sono diventato sindaco di Teramo e poi presidente della Regione senza essere iscritto a un partito. Credo in un progetto dei moderati alternativo alla socialdemocrazia e per realizzarlo bisogna coinvolgere le liste civiche, il mondo dell’associazionismo e delle professioni. Specialmente ora che non c’è più la leadership di Berlusconi. E soprattutto bisogna optare per uomini qualificati, perché senza le persone adatte il progetto non cammina. È finito il tempo dei portatori di voti. Oggi a contare è il voto dell’opinione, non più quello delle clientele».