Monti: il governo precedente ha fatto molto. Cicchitto: rischia di cadere
ROMA - All’indomani del grande gelo tra Mario Monti e il Pdl per le parole del premier sui responsabili delle «conseguenze umane» della crisi, il professore, a Firenze, davanti all’autorevole platea internazionale degli Stati generali dell’Europa, cerca di scaldare il clima dei rapporti con il partito che, ancorché azzoppato dal recentissimo voto, costituisce pur sempre la principale stampella su cui si regge l’esecutivo. «Il governo precedente - dice Monti - ha fatto molto in termini di riforme strutturali ma noi crediamo, così come lo credono i mercati e la Ue, che l’Italia ora debba fare di più». Il presidente del Consiglio estende il suo apprezzamento anche agli esecutivi precedenti al Cavaliere, affermando di credere «che ci sia stata una forte continuità tra i vari governi italiani da molto tempo, da Prodi a Berlusconi ad altri», e di sperare che «nella scia di questa tradizione e con una rinnovata credibilità sulla volontà degli italiani a disciplinare il loro comportamento economico, l’Italia saprà dare un aiuto a tutta la Ue per trovare rapidamente una via sostenibile e significativa per la crescita».
L’eco delle parole del premier - apprezzate da qualche colomba del Pdl, come l’ex ministro degli Esteri Frattini - non si era ancora spenta, che però dalla pancia del partitone azzurro - ancora intrisa dagli umori acidi della sconfitta - partiva l’affondo di un’interrogazione parlamentare con cui 42 deputati del Pdl chiamano in causa il «dovere etico e politico» di Monti di spiegare il significato delle «conseguenze umane» della crisi e a chi ne facesse risalire le responsabilità. Gli ex ministri Brunetta, Gelmini, Carfagna (che però a tarda sera ci ripensano e ritirano la firma), Meloni, il vicecapogruppo Bianconi, il direttore del Secolo d’Italia De Angelis, e altri 37 parlamentari domandano al premier «se non ritiene un fuor d’opera ingiustificato il tentativo autoassolutorio dell’operato del governo in presenza di serrate e puntuali critiche nazionali e internazionali». Chiesto se si riferisse al Pdl quando ha specificato che quelle «conseguenze» sono generate da «chi ha portato l’economia in questo stato», i firmatari alzano il tiro contro il professore chiedendogli se per caso non intendesse invece «i grandi gruppi bancari, realtà peraltro ben nota e rappresentata nel suo governo», oppure i «cosiddetti soliti noti, quali Goldman Sachs, realtà altrettanto nota al professor Monti». Ancora più esplicito, a proposito delle «conseguenze umane», Giorgio Stracquadanio che si ripromette di «portare in Parlamento quel drammatico elenco di suicidi che io - dice a Radio 24 - definirei omicidi di Stato perché è il comportamento dello Stato che porta queste persone a quelle scelte finali».
Appena più diplomatico l’avvertimento a Monti del capogruppo pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, per il quale il premier «non può essere totalmente indifferente alla tenuta del consenso dei blocchi sociali dei partiti che lo sostengono, perché ciò vorrebbe dire tagliare il ramo su cui poggia il governo». Guido Crosetto attribuisce a Monti il progetto di «cercare volutamente lo scontro per avere la scusa di dimettersi, magari con l’idea di succedere a se stesso attraverso una legittimazione popolare».
Il Cavaliere avverte il professore «Ci ascolti o stacco la spina»
ROMA - «Altro che antipolitica e movimento spontaneo, quando sarà il momento tireranno fuori anche il nome giusto come candidato-premier!». Silvio Berlusconi medita ancora sull’opportunità di rompere con il governo Monti. Ciò che però lo disturba, più delle misure adottate dall’esecutivo, è la sensazione di «assedio» che vive il centrodestra al punto da provocare una tale insofferenza verso l’attuale governo che solo Gianni Letta, per ora, riesce a contenere.
Il sospetto che dietro il pressing delle procure e dei mercati ci sia un disegno preciso è diventato per Silvio Berlusconi una certezza, o quasi, quando ha analizzato i dati dei flussi elettorali del voto amministrativo di domenica. Ed è bastato collegare le percentuali che il Movimento 5 Stelle ha pescato nel centrodestra domenica scorsa (32%), per convincersi che «dietro l’enfasi che viene data all’antipolitica ci sia l’obiettivo di destrutturare il centrodestra» per «impedirgli di competere nel 2013».
Nei ragionamenti fatti ieri dal Cavaliere, dopo il vivace summit-Pdl delle sera precedente, è tornato a riaffacciarsi il nome di Roberto Saviano come uno dei possibili candidati a premier del Movimento di Beppe Grillo. Lo scrittore, che ha rotto con la Mondadori e ora scrive per Feltrinelli, presto tornerà in tv su La7 e Berlusconi evoca il suo nome proprio nel giorno in cui la figlia torna a polemizzare con De Benedetti sul Lodo Mondadori e sul maxi indennizzo.
Nome del candidato a parte, resta forte nel Cavaliere la preoccupazione sulla tenuta del partito - squassato da tensioni fortissime e da una crescente voglia di urne- e sulla lenta ma costante capacità dei grillini di penetrare nell’elettorato leghista e pidiellino.
Tutto ciò avviene, secondo il Cavaliere, mentre «ci tocca votare per nuove tasse e stangate». Berlusconi ieri, prima di ricevere nuovamente a palazzo Grazioli Daniela Santanché, ha avuto un chiarimento al telefono con il presidente del Consiglio sulla questione delle responsabilità dell’esecutivo precedente sui suicidi dovuti alla situazione economica. Monti ha subito raccolto la rampogna riconoscendo pubblicamente a Firenze i meriti del suo predecessore. Tuttavia parte del gruppo parlamentare della Camera - perlopiù ex An - ha preso carta e penna presentando un’interrogazione che dà la misura della ingovernabilità del partito. «A noi va bene solo se si riferisce alle responsabilità di Tremonti», attacca un ex ministro con un tono che non promette vita facile all’esecutivo atteso tra qualche settimana al voto sul Fiscal Compact.
Tornato dall’incontro con Vladimir Putin con qualche certezza geopolitica in più, Berlusconi ha promesso di chiamare a raccolta i vertici del partito la prossima settimana in un vertice nel quale verranno dettate condizioni a Monti, «altrimenti ce ne andiamo». Nel frattempo, mentre Gianni Letta tenta di ricucire i rapporti con i centristi di Casini e con lo stesso Fini per evitare il precipitare degli eventi, Berlusconi ha dato mandato di rompere le trattative su tutti i fronti. A cominciare dalla legge elettorale e dalla riforma del finanziamento dei partiti. Sul primo punto il Cavaliere ha detto un «no» secco al doppio turno riproposto dal Pd, ed è pronto a trattare solo qualche modifica al Porcellum inserendo le preferenze in cambio della riduzione del premio di maggioranza.
Ancor più drastica la linea sui rimborsi elettorali che il Parlamento si appresta a dimezzare. «Se dobbiamo sporcarci le mani per un pugno di euro - ha sostenuto il Cavaliere - è meglio rifarsi al referendum abrogativo del finanziamento e rinunciare a tutto». Una linea, questa, evocata anche di recente dal segretario Alfano, ma che preoccupa perché farebbe perdere ai quadri dirigenti del Pdl ogni autonomia. Oltre a Berlusconi, solo qualche parlamentare «ricco di famiglia» potrebbe infatti affrontare i costi della campagna elettorale. Se però l’obiettivo dell’ex presidente del Consiglio è quello di riprendere completamente il controllo del partito, non c’è miglior modo che svuotare la cassa. Alfano, che parte del Pdl già ha messo sotto processo, lo ha ben compreso chiamando a raccolta il gruppo dei quarantenni che presto potrebbe incrociare le spade con la parte del partito che ha usato le inchieste delle procure a loro carico per mettersi a fianco del Cavaliere.