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Data: 24/04/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Decolla l'alleanza Autostrade-Abertis. «Basta chiusure, le dimensioni contano»

Il «Progetto Mediterraneo» è ormai lanciato. Così finora è stato definito in codice il piano di fusione «paritetica» fra Autostrade e Abertis, che nella serata di ieri è stato formalmente approvato dai rispettivi consigli di amministrazione. Quello che nasce è il primo gruppo mondiale di gestione autostradale (ma anche di aeroporti, aree di parcheggio, infrastrutture di telecomunicazione) con attività per 45 miliardi di euro in 16 Paesi, una capitalizzazione di mercato di 24 miliardi, circa 6 miliardi di fatturato, oltre 20 mila dipendenti. «Abbiamo dato il via a una nuova azienda che sarà un motore di sviluppo delle economie italiana e spagnola, con un ruolo di protagonista nella costruzione del progetto di rete autostradale europea e di altre infrastrutture nel mondo», è il commento congiunto fatto diffondere da Gian Maria Gros Pietro, presidente di Autostrade, e Isidre Fainé Casas, suo omologo in Abertis, cioè i due uomini che coabiteranno nell'ufficio di presidenza del gruppo post-fusione, destinato a mantenere soltanto il nome Abertis. E il primo segno di questo «sviluppo» è l'annuncio di investimenti per 15 miliardi di euro nell'arco dei prossimi 9 anni, di cui 11 miliardi sulle autostrade italiane. Ora cominciano gli esami. I due consigli di amministrazione sono chiamati a ratificare definitivamente l'operazione il 2 e 3 maggio, mentre entro fine giugno a pronunciarsi saranno le assemblee degli azionisti. Ma già stamane arriverà il primo verdetto del mercati finanziari, sia dalla Borsa di Milano sia da quella di Madrid dove le due holding sono oggi quotate e dove la «nuova» Abertis rimarrà in listino. Intanto è già cominciato l'esame della politica, con il dissenso del centrosinistra e un centrodestra che oscilla tra favore e cautela. L'obiettivo espresso ieri dai vertici dei due gruppi, è di arrivare a completare la fusione, dopo il via libera delle authority nazionali ed europee, entro la fine del 2006. Dal comunicato diffuso al termine della doppia riunione emerge uno schema finanziario che conferma in pieno le indiscrezioni della vigilia. Il progetto di unione verrà realizzato per incorporazione di Autostrade in Abertis, attraverso il concambio di un'azione Abertis di nuova emissione per ogni titolo Autostrade, ai cui soci verrà riconosciuto un dividendo straordinario di 3,75 euro per azione. Per far fronte al pagamento (e a eventuali oneri dovuti all'esercizio del diritto di recesso), la holding italiana potrà contare su linee di credito rese disponibili da Capitalia, Ubm, Goldman Sachs e Merrill Lynch. Il quartier generale del nuovo gruppo sarà a Barcellona, mentre la sede di Autostrade resta a Roma e il principale polo tecnologico a Firenze. Così come per la doppia presidenza (Gros Pietro e Fainé Casas), anche per la vicepresidenza è stata scelta una via «paritetica» (con l'attuale consigliere delegato di Autostrade, Vito Gamberale, a rappresentare la componente italiana e Florentino Perez, ex presidente del Real Madrid calcio, per Abertis). Il ruolo di amministratore delegato verrà invece ricoperto a rotazione, con l'attuale manager di Abertis, Salvador Alemany Mas, che avrà il mandato per i primi 3 anni. Il consiglio d'amministrazione del nuovo gruppo sarà composto da 23 esponenti, 11 espressi dalla holding italiana e altrettanti da quella iberica: «la gestione sarà paritetica», ha sottolineato Gilberto Benetton. Lievemente diversi rispetto alle attese appaiono gli assetti azionari: Schema 28 della famiglia Benetton (che detiene il 50,1% di Autostrade) avrà il 24,9%, mentre ai due maggiori soci della holding spagnola spetterà il 24,2%, con Acs al 12,5% e Caixa all'11,7%.

l'Imprenditore
ROMA - «L'operazione Autostrade-Abertis è importante, perché in Europa occorre fare massa critica ma è altrettanto importante valutare bene gli interessi per il Paese». Sergio Dompè, imprenditore e presidente dell'associazione Farmindustria nonché sponsor di Letizia Moratti come candidato sindaco di Milano, premette di non essere uno specialista del settore e di conoscere in modo superficiale i termini di questa fusione. «Tuttavia l'Europa deve procedere sulla strada dell'aggregazione industriale e non bisogna avere timore, ovviamente stando attenti a non svendere nulla». Una parte autorevole del futuro governo del centrosinistra come Enrico Letta e Francesco Rutelli ha già dichiarato la propria opposizione.
«Sono cautele che posso comprendere. Forse il paragone non regge, però la scarsa attenzione con cui negli anni Ottanta è stato trattato il settore farmaceutico è emblematico. Si sono venduti dei pezzi di know-how nel settore dei farmaci tumorali dove eravamo i primi al mondo. Questo per dire che l'Italia, sul fronte delle aperture agli imprenditori stranieri, non è certo stata la Cenerentola in Europa. Al contrario, a giudicare col senno di poi, si è mossa forse con troppa superficialità. Già all'epoca, se provavi a togliere un'azienda strategica in Francia non andavi da nessuna parte».
Ma qui, almeno a giudicare dagli elementi finora noti, si tratta di una fusione, non di una cessione.
«Infatti io ho premesso che il paragone non regge. Se la fusione è paritetica, come mi sembra che sia, le valutazioni sono ovviamente diverse. L'Italia deve cercare di penetrare i mercati internazionali e deve quindi fare massa critica. In questa ottica l'operazione italo-spagnola mi sembra una mossa che ha tutta la legittimità di essere portata avanti. Dopodiché è giusto che il Paese valuti la strategicità e cerchi di evitare lo scempio fatto in altri settori».
Non crede che queste valutazioni non siano state fatte quando si è trattato di cedere la Bnl agli spagnoli o la Antonveneta agli olandesi ?
«Adottare la teoria dei due pesi e due misure è sicuramente sbagliato, tuttavia ci sono situazioni oggettivamente diverse che vanno approfondite caso per caso a seconda della loro incidenza strategica sugli interessi del Paese. In sintesi, non trovo sbagliato il principio di porsi il problema di analizzare caso per caso».
Non si tratta di una invasione di campo della politica? In fin dei conti sono due aziende private e quotate in Borsa.
«Conosco bene Enrico Letta e lo considero un politico aperto, intelligente e nettamente europeista. Se ha posto alcune obiezioni le avrà fatte a ragion veduta».
E' stato obiettato, nello specifico, che la fusione non sembra finalizzata ad accrescere gli investimenti infrastrutturali in Italia...
«Non si può dire che l'argomento non sia rilevante. Se il governo riesce ad avere tutte le garanzie che la qualità degli investimenti non ne risentirà in futuro, va bene procedere verso questo matrimonio».
C'è chi sospetta nell'Ulivo una sorta di patriottismo a corrente alternata...
«La mia posizione è chiara. Non bisogna avere pregiudizi di nessun tipo contro operazioni industriali con la missione di costituire una massa critica. Ma quando ci sono fatti importanti che mettono in gioco gli interessi del Paese occorre tenere gli occhi aperti».

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