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Data: 22/05/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Elezioni amministrative - I grillini conquistano Parma «E ora prendiamoci il Paese». Al candidato 5Stelle i 23 mila voti del centrodestra al primo turno. La sfida nelle città tra Pd e Pdl finisce 14 a 6 per la sinistra.

Nella città emiliana, che fu moderatamente rossa e a lungo in mano del centrodestra fino al fallimento e al commissariamento dell’ultima giunta berlusconiana, è il grillismo che si impone - ed è il primo e finora unico caso in un centro importante- contro il candidato del Pd, Bernazzoli, e attraverso una rimonta di venti punti rispetto al primo turno. Da dove sono arrivati quei voti che mancavano a Pizzarotti? Dal centrodestra. Il calcolo matematico è semplicissimo. Il grillino ha vinto il ballottaggio ottenendo 51.235 voti. Ossia 23.000 consensi in più rispetto a quelli che aveva totalizzato al primo turno, quando la somma delle preferenze andate ai due candidati del centrodestra - l’ex sindaco Ubaldi e Ghiretti - ammontava proprio a 23.000. Ma i voti, anche per i seguaci di Grillo, non hanno odore e via allora con la prova di governo. A Parma e non solo a Parma. «Questa città - esulta anciora Grillo - è stata la Stalingrado dove abbiamo fermato i vecchi partiti, ma adesso porteremo la nostra vittoria fino alla fine: a Berlino!». E ancora il leader 5 Stelle: «Pizzarotti ha vinto spendendo appena 6.000 euro per la campagna elettorale». In realtà sono otto, ma vabbè. La vittoria è stata schiacciante. La botta presa dal Pd, micidiale: «I grillini hanno vinto grazie al voto degli elettori di destra», si lamenta lo sconfitto Bernazzoli. Ma hanno vinto, e quasi avranno un monocolore in consiglio comunale, anche grazie a uno strano mix di anti-conformismo verdeggiante e anti-industrialista (accompagnato all’effetto novità, alla polemica contro la casta e alle facce pulite dei suoi candidati) e a quel conformismo tipico dei parmigiani doc, pure quelli moderatoni, che hanno fiutato nel grillismo una maniera per stare sulla cresta dell’onda, per dare centralità mediatica alla loro città (in queste ore ci sono qui le tivvù di tutto il mondo) e si sono buttati a pesce su questa opportunità. Considerandola nè di destra nè di sinistra. Chi resta spiazzato sono le banche, le grandi catene commerciali, gli interessi forti, gli imprenditori. Abituati al governo della sinistra (o della destra), impreparati a quello grillante che da subito avrà il compito di rinegoziare il debito immenso del Comune (600 milioni di euro più interessi) e di evitare che il mese prossimo i 1.300 dipendenti comunali restino senza stipendio. Se il nuovismo grillante riuscirà a dialogare con il tradizionalismo del tessuto economico, sarà una carta di affidabilità e di governabilità che Grillo e i suoi si potranno giocare bene anche alle politiche del 2013. Riuscirà il partito (ma non vogliono essere chiamati partito) di lotta a diventare partito di governo? L’anti-conformismo trasformato in normalità reggerà alla prova?
Gli altri partiti sono stati spazzati via dall’onda grillina. Il Pdl forse non avrà consiglieri in Comune. La Lega è precipitata dall’8 al 2 per cento. Il Pd avrà cinque rappresentanti in consiglio, mentre saranno 19 quelli del movimento 5 Stelle. Nell’aria si sentiva che sarebbe andata così. Il vento dell’anti-politica e dell’anti-casta - il rivale di Pizzarotti, ossia il democrat Bernazzoli, è presidente della Provincia - ha trovato a Parma la sua terra d’elezione. Ma ora viene il bello, e il difficile.

La sfida nelle città tra Pd e Pdl finisce 14 a 6 per la sinistra. Forte astensione. Orlando riconquista Palermo, Doria vince a Genova

Il Pd governava in otto città capoluogo e ora (Palermo è storia a sé) ne amministra 14; praticamente il rovescio di ciò che accade al centrodestra che passa da 15 a sei. Ma mai come in questa occasione il computo aritmetico è un metro di lettura superficiale per comprendere il sentimento degli elettori. Anche l’Udc - e in generale il Terzo Polo o quel che ne resta - può vantare un risultato parzialmente positivo. Il partito di Casini elegge due sindaci: a Cuneo (Federico Borgna) e ad Agrigento, dove Marco Zambuto prevale con più del 75 per cento dei voti. Mentre a Genova, dove l’astensionismo ha raggiunto punte record, Enrico Musso, pur sconfitto da Marco Doria, si configura come seconda forza politica a scapito del Pdl. L’Idv è raggiante per il trionfo di Leoluca Orlando che a Palermo ha raccolto poco meno dei due terzi dei voti. E Sel inneggia a Simone Pietrangeli, capace di espugnare una piazza tradizionalmente di destra come Rieti.
Le Cinque stelle di Grillo, dunque. Il comico genovese (ma davvero ha ancora senso definirlo così?) è gasatissimo e abbonda in paragoni militareschi: «Abbiamo vinto a Stalingrado, ora conquistiamo Berlino». Che poi sarebbe il Parlamento nazionale. Il grillismo è in fenomeno complesso e variegato, capace come nessun altro di usare Internet come mezzo di mobilitazione, pronto a sfidare i partiti tradizionali sul terreno per loro più ostico: «A Parma - incalza Grillo - sono stati spesi 6.400 euro di autofinanziamento e abbiamo vinto. Dovranno confrontarsi con questo». Vero. Come è vero, tuttavia, che il difficile viene adesso. Perché anche i sindaci grillini - oltre Parma hanno vinto a Sarego, Comacchio e Mira - dovranno affrontare un confronto: quello con le cose da fare, con la capacità di amministrare realtà complesse e in sofferenza (Parma ha un deficit di centinaia di milioni di euro). E a fronte delle prime divaricazioni interne che già emergono, Grillo per ora non trova di meglio che inneggiare al blocco dell’inceneritore in continuità ideologica con il no alla Tav in Val Susa. Posizioni intinte nella demagogia che magari fanno vincere un’elezione ma si scontrano con le urgenze di ammodernamento del Paese.
Il Pdl esce a pezzi dal voto. Ci sono le vittorie a Frosinone, Trani e Trapani, e non debbono essere sminuite. Ma il dato politico è un altro. Accarezzare il grillismo si è rivelata una scelta di disperazione mentre si fanno i conti dei municipi persi, alcuni particolarmente simbolici come Monza, Alessandria, Como. E’ il Nord che volta le spalle; una svolta impensabile fino a ieri. Colpa dell’appoggio dato al governo Monti, è il mantra che si spande da via del Plebiscito. Rischia di essere una spiegazione di comodo. Forse lo smottamento è dovuto a ragioni più profonde e se ne fa interprete il segretario Alfano quando avverte che gli elettori di centrodestra vogliono «una nuova offerta politica». Che tuttavia ha contorni ancora troppo fumosi.
Di converso esulta il Pd che non ci sta a vedersi scippare una vittoria che, spiega Pier Luigi Bersani, «è senza se e senza ma». Per chi ha dubbi, il leader dei Democratici snocciola cifre eloquenti: «Abbiamo vinto in 92 dei 177 comuni al voto sotto i 15 mila abitanti». Anche qui ci sono situazioni emblematiche. Le città del Nord strappate al centrodestra, appunto. O anche la riconquista, dopo quattordici anni, di Lucca. Oppure la conferma di Piacenza. O ancora la stratificazione nel Centro-Sud: infatti dopo Napoli e oltre Palermo con sindaci Idv e maggioranze di centrosinistra, appartiene al Pd la poltrona di sindaco a Isernia, a L’Aquila, a Taranto.
Dati e percentuali che piovono a raffica. Sui quali tutti dovranno riflettere. A partire da quello che, al di là della prevalenza di questo o quello schieramento, è il più inquietante di tutti: la disaffezione che ha provocato un astensionismo vicino, se non oltre, il limite di guardia. Quasi metà degli aventi diritto, infatti, ha disertato i ballottaggi: ha votato appena il 51,4 per cento degli elettori, quindici punti in meno del primo turno. Un virus che tutte le forze politiche, vecchie, nuove e nuovissime, devono sforzarsi di contrastare. L’ultima considerazione riguarda il governo Monti. Che avesse davanti a sé un compito improbo era chiaro dal giorno del giuramento. Ora però la fibrillazione prodotta dalla tornata amministrativa può trasformarsi in veleno allo stato puro, innescando atteggiamenti e comportamenti da campagna elettorale permanente che sono il contrario dell’interesse generale.

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