Iscriviti OnLine
 

Pescara, 09/04/2026
Visitatore n. 752.964



Data: 23/05/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Redditi in calo, meno risparmi i vent’anni sprecati dell’Italia

Persi 1.300 euro a testa, nel lavoro giovani e donne penalizzati

ROMA Un Paese penalizzato dalle turbolenze internazionali, che però paga anche il prezzo dei propri ritardi sociali e culturali: il rapporto annuale dell’Istat parla dell’Italia del 2012 cercando di capire che cosa è successo nei vent’anni che ci separano da un altro momento di crisi, il biennio 1992-93. E la risposta è che se molte cose sono certo cambiate, quella occasione di svolta che si presentò allora è stata di fatto sprecata.
L’indicatore dei redditi è solo il più immediato:: con il quarto anno consecutivo di calo il reddito disponibile delle famiglie è tornato sui livelli di dieci anni fa. In termini pro capite però è inferiore del 4 per cento al livello del 1992 e di sette rispetto al 2007. La perdita in termini reali, misurata su quattro anni, è stata di 1.300 euro a testa. Colpa del crollo dei redditi da capitale e del calo di quelli da lavoro autonomo, mentre le retribuzioni hanno contribuito positivamente ed è aumentata l’incidenza delle prestazioni sociali erogate dallo Stato. I redditi delle famiglie sono cresciuti meno del Pil, perché una parte del prodotto è uscito dal Paese con le rimesse degli immigrati e un’altra è finita allo Stato sotto forma di maggiori tasse.
Il senso dell’opportunità sprecata è dato da alcune grandezze di finanza pubblica, come l’avanzo primario annullato dopo il grande sforzo per l’ingresso nell’euro. Ma c’è un raffronto che fotografa in maniera impietosa quel che è successo. Riguarda i prezzi. Nel 2000 il loro livello era in Italia pari al 95 per cento di quello medio dell’Unione europea, mentre in Germania superava la media di circa 10 punti. Oggi dopo un’inflazione cumulata che da noi è stata del 25,5 siamo entrambi al di sopra del livello medi di quattro punti. Vuol dire che ci siamo allineati ai tedeschi solo per quanto riguarda il costo della vita, non certo per la produttività.
I nostri tradizionali punti di forza resistono, ma allo stesso tempo evidenziano alcune fragilità. È cresciuto il peso del terziario nella nostra economia, e in questo rispetto a vent’anni fa siamo più simili agli altri Paesi europei; ma la specializzazione manifatturiera rimane fondamentalmente quella degli anni 70, con un ruolo delle grandi imprese in progressiva riduzione. Per di più, se l’economia resta basata sull’export, è anche vero che oggi da un incremento delle importazioni deriva un beneficio minore per il prodotto nazionale, perché nel frattempo sono cresciute le importazioni di beni intermedi, usati per la realizzazione del made in Italy.
Anche il mercato del lavoro ha subito delle trasformazioni negli ultimi vent’anni. Il numero degli occupati è cresciuto di circa 1,3 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è passato dal 53,7 al 56,9 per cento. E soprattutto dentro questa tendenza generale qualcosa è cambiato. Il numero dei maschi occupati è sceso, nonostante il forte apporto degli immigrati; l’occupazione femminile è invece aumentata di 1,7 milioni di unità, quasi esclusivamente nel Centro-Nord e per due terzi per effetto del ricorso al lavoro a tempo parziale. Nonostante tutto ciò il nostro tasso di occupazione femminile resta più basso rispetto alla media europea; anche perché per le donne persistono ed anzi si aggravano le difficoltà di inserimento e di permanenza nel mondo del lavoro, ad esempio in occasione della gravidanza.
Ma la novità più rilevante è stata senza dubbio la diffusione delle nuove tipologie contrattuali più flessibili, in particolare tra i giovani. Il numero degli occupati a tempo determinato è cresciuto del 48 per cento; si trovano in questa situazione oltre un terzo di coloro che hanno tra i 18 e i 29 anni. Il che ha conseguenze profonde, perché chi ha iniziato a lavorare a tempo determinato ha minori possibilità di progredire socialmente, in un contesto di mobilità molto più limitato rispetto al passato.
Infine è successo qualcosa anche al risparmio: la tradizionale propensione degli italiani si è affievolita, in particolare negli ultimi quattro anni scendendo dal 12,6 all’8,8 per cento (nel 1992 era al 22,2). Questo spiega perché gli indicatori di povertà, che essenzialmente misurano la spesa, si sono mantenuti stabili (pur con un persistente squilibrio a Sud, dove è povera una famiglia su 4): gli italiani hanno conservato il proprio tenore di vita intaccando i risparmi. È successo anche nei recenti anni di crisi, come se questa fosse ritenuta un fenomeno passeggero. Ma da fine 2011 ci sono segnali di inversione di tendenza: il che potrebbe evidenziare - secondo il presidente dell’Istat Enrico Giovannini - una svolta nella percezione di quanto sta accadendo: il Paese si starebbe rendendo conto della gravità della situazione.

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it